Che cos’è la letteratura 5. Il canone.

Hic Sunt Group, Banksy’s Caron Dimonio, 2012

Il cosiddetto canone è a sua volta parte delle istituzioni ed è determinato dal materializzarsi delle istituzioni letterarie in un corpus di testi, che propriamente lo costituiscono. Esso, come abbiamo anticipato, è l’effetto dell’innesto della dimensione cognitiva su quella normativa dell’istituzione letteraria. Ciò può avvenire per gli interessi più vari, ma per interessi che comunque sono sufficientemente forti da imporre questi testi come istituzione alle altre istituzioni. Del canone possiamo dare una definizione formale e paradigmatica come quella appena delineata, e varie definizioni storiche, che descrivono il formarsi concreto del canone in ogni cronotopo nazionale o internazionale, secondo gli interessi di volta in volta prevalenti e vigenti.

Ironicamente il concetto stesso di canone è ignorato quando il suo contenuto è stabile, e se ne parla invece quando viene contestato ed è in corso di trasformazione. Autorità, potere, consenso, egemonia, ceti sociali, comunità interpretative, sono tutti concetti che intervengono e interferiscono nella formazione di un canone, e quindi utili prospettive d’indagine per la sua comprensione. Il canone serve a stabilire delle genealogie, a definire delle identità, e in letteratura si costituisce attraverso il gusto dei lettori, il giudizio dei critici e la ricostruzione degli storici, ma il suo strumento e il suo principale campo d’applicazione moderno, come vedremo, sono le scuole di ogni ordine e grado.

Il termine “canone” deriva dal greco kanòn, che vuol dire bastone, inteso come strumento di misura, come per esempio il metro di platino che è custodito in un museo di Parigi, come prototipo dell’unità di misura metrica appunto. Il canone non nasce dunque come corpus di opere, ma come misura, come regola, come criterio di giudizio e poi diventa ciò che da tale regola viene approvato. Esso nasce come strumento pratico di misurazione, che si applica alle arti plastiche come la scultura e l’architettura, dove le misure e le proporzioni sono alla base della costruzione delle opere, e relativamente a problemi di ingegneria prima ancora che di invenzione libera. I problemi di architettura e ingegneria hanno inoltre a che fare in modo diretto coi materiali e le tecniche di impiego che i materiali stessi implicano. Per esempio l’uso del vetro, dell’acciaio o del cemento armato, modifica i criteri di costruzione, resistenza e sostenibilità degli edifici, e quindi i criteri di proporzione e di invenzione delle forme architettoniche.

Anche la nozione di “bello” in ambito classico si basa su criteri di misura e proporzione, a loro volta determinati dalle capacità percettive dei sensi umani. Quest’idea di regola e proporzione è presente nella storia delle arti, da Vitruvio, a Quintiliano, a Leon Battista Alberti, dall’antichità al Classicismo e al Neoclassicismo e si interrompe col Romanticismo, quando l’idea di creazione e immaginazione spinge a violare i criteri e le norme date, e a cercare nell’animo del poeta e dell’artista una nuova profondità del sentire. Ci si avvicina così all’idea di autenticità, che nel modernismo del ‘900 sostituisce la verità. Famose controversie come “La querelle des anciens et des modernes”, nella Francia del ‘600, e quella tra Classici e Romantici, in tutta l’Europa, all’inizio dell’800, sono state tipiche battaglie culturali in cui era in gioco la costituzione e il rinnovamento del canone.

L’altro elemento che costituisce e impone il canone è l’autorità, sia nel senso di autorevolezza, sia nel senso di potere istituzionale. La Chiesa, che è per eccellenza un’autorità che si fonda sulla dogmatica, non solo istituisce il Codice di Diritto Canonico, ma anche i Libri Canonici che entrano a far parte della Bibbia cristiana e della Patristica (IV sec. d.C.), mentre altri libri che trattano gli stessi argomenti vengono esclusi. Il criterio dell’esclusione è egualmente adottato dalla Chiesa con i famigerati Libri all’Indice, una specie di metaforico canone inverso dunque (perché selezionati per un fine opposto), cioè una lista di libri proibiti che i fedeli non devono leggere, se non in casi eccezionali, per motivi specifici di studio, con l’autorizzazione delle autorità ecclesiastiche. In questa lista i libri sono inclusi per essere esclusi. Similmente, almeno fino a metà del ‘900 credo, tutte le biblioteche avevano una zona chiusa, chiamate Inferno, dove relegavano i libri osceni, ai quali si poteva accedere con uno speciale permesso.

Anche nell’antichità vi erano liste di libri canonici, come Il canone di Alessandria, in cui erano compresi i poeti epici (Omero ed Esiodo), giambici (Simonide), lirici (Alceo, Saffo, e Anacreonte), tragici (Eschilo, Sofocle, Euripide), comici (Aristofane), e poi gli storici (Erodoto e Tucidide), gli oratori (Demostene), i filosofi (Platone, Senofonte e Aristotele). Il criterio di scelta comporta l’autorevolezza di chi li sceglie, fondata su una presunta eccellenza delle opere scelte.

A ben vedere però l’idea di canone è una necessità imposta dalla finitudine umana, più banalmente dalla limitatezza del tempo, degli interessi e delle risorse. Per cui è necessario scegliere tra le cose a cui ci interessiamo e quelle a cui siamo meno interessati e quelle a cui rimaniamo indifferenti. E in effetti tutti i valori, in particolare quelli estetici, derivano da giudizi comparativi, ma in linea di principio tutte le opere d’arte sono belle e interessanti, seppure secondo modalità variabili, perché la specificità che distingue la loro funzione è appunto il fatto di offrirsi all’apprezzamento. Non ha senso stabilire una graduatoria tra Shakespeare e Dante, perché in realtà non sono paragonabili, ed è opportuno conoscere sia Shakespeare sia Dante. Questo vale per tutta la letteratura, e dove delle differenze di valore sono accettate, per cui si ritiene Goethe superiore a Mickey Spillane, anche in questi termini conoscere sia Goethe sia Mickey Spillane è meglio che conoscere solo Goethe. E conoscere solo Spillane è meglio che non conoscere neanche lui.

Questo perché i valori letterari e artistici non sono quantificabili e alternativi tra loro ma, al contrario, coesistono formando una sorta di cosmo in espansione. Anche la coscienza letteraria del lettore ha questa tendenza universalizzante da qualsiasi punto il lettore abbia avuto accesso alla topografia letteraria. Quanta più letteratura si conosce tanto più la si apprezza nella sua totalità, nelle sue diverse prospettive, per cui conoscere Goethe ci fa capire e apprezzare meglio Spillane e viceversa. Anche perché è possibile che in un dato momento della contemporaneità, almeno fuori dai paesi di lingua tedesca, Spillane sia stato letto più di Goethe. E naturalmente qui si vede come le barriere linguistiche e culturali siano il principale e insormontabile ostacolo alla possibilità di apprezzare tutte le letterature.

Per un italiano ad esempio, il fatto che Harold Bloom, nel suo libro in difesa del Canone Occidentale (1994), non includa Leopardi fra gli autori degni di farne parte, squalificherebbe irrimediabilmente la credibilità di Bloom come critico letterario. Ovviamente, non conoscendo egli la lingua italiana, la sua scelta diventa comprensibile. Ma non giustificabile, se ci si prende l’impegno di scrivere un libro sul canone. Caso mai ci si può chiedere come faccia Bloom, non conoscendo la lingua, ad apprezzare la poesia di Dante, che invece è incluso. E dunque viene il sospetto che in Dante, letto in traduzione, più che la poesia egli apprezzi la teologia, o la filosofia, o l’ideologia. O più probabilmente che si sia fidato di Eliot.

Eliot, infatti, grande estimatore e propagandista di Dante nei paesi anglofoni, in tempi in cui la questione del canone non era d’attualità, aveva trattato le stesse problematiche in relazione al concetto di “classico”, intendendo questo termine non nella sua accezione letterale di opera dell’antichità classica, ma in senso traslato, come opera con una serie di requisiti storicamente e culturalmente significativi, tali da collocarsi al culmine di una tradizione (“What Is a Classic?” 1945). In un senso meno complesso e sofisticato di quello proposto da Eliot, per classico comunemente si intende semplicemente un’opera che, essendo apprezzata oggi, ma essendo stata apprezzata anche in diversi e successivi periodi storici, ha raggiunto ormai una fama e un’autorevolezza simile a quella dei classici antichi, e dunque è putativamente collocabile in quella selezione di opere detta appunto canone. In realtà, in mancanza di altri criteri oggettivi, l’elemento incontrovertibile che testimonia, sebbene di per sé senza spiegarlo, il valore di un’opera è la mera durata nel tempo della sua presenza nel canone stesso, e quindi diventano rilevanti i meccanismi di riproduzione, ripresentazione e reinterpretazione dell’opera per ogni nuova generazione di lettori.

Tale compito è da sempre in gran parte affidato alle istituzioni scolastiche: alla scuola inferiore, per la semplice alfabetizzazione, e alla scuola superiore e all’università, per imparare a interpretare le opere e giudicare i valori estetici e sociali da esse veicolati. Accanto all’accademia funziona anche la critica letteraria e il mercato, con alterne vicende e diverse situazioni. Istituzioni scolastiche pubbliche e private e mercato possono funzionare collaborando o in competizione.

Che dal Settecento in poi una donna potesse diventare una romanziera, ma più facilmente una romanziera che non una filosofa o un ministro, dipendeva dal fatto che il mercato era in ultima analisi la principale agenzia realmente in grado di determinare il successo e il valore contingente delle opere letterarie. Il mercato del romanzo era più esteso e quindi più democratico di quello più ristretto ed elitario interessato alla pubblicazione di opere di filosofia. E ovviamente il mercato non era ancora in grado di conferire a una donna i diritti politici, né attivi né passivi. Nel frattempo nella scuola e nelle accademie il canone non prendeva in considerazione la letteratura contemporanea.

Nella situazione attuale, il mercato è ormai preda quasi esclusiva dei bestseller selezionati dall’industria culturale, e in Europa è la scuola pubblica che si occupa di preservare e trasmettere in un canone il patrimonio dei classici antichi e moderni. Negli Stati Uniti, dove il livello di qualità delle scuole di stato è spesso piuttosto basso, il patrimonio letterario viene preservato e trasmesso dalle scuole e dalle università private di élite e da una parte del mercato a cui le case editrici si dedicano, pur in perdita, per conservare una facciata di prestigio alle loro pubblicazioni in generale.

Il rinnovamento e l’adeguamento del canone si produce comunque per effetto dei mutamenti storici, ovvero del mutamento delle generazioni, o delle classi, o delle élite che temporaneamente detengono il potere e incarnano l’autorità. Esse di conseguenza possono anche rinnovare i criteri d’eccellenza adottati per stabilire il canone. Come tutte le autorità e le istituzioni che ne derivano, il canone tende però all’autoconservazione e oppone resistenza ai mutamenti, i quali, quindi, avvengono spesso per sbalzi, per rivolgimenti e irruzioni improvvise più che per graduali cooptazioni. Tuttavia la trasformazione del canone può avvenire anche con una reinterpretazione degli autori che ne fanno parte invece che con la loro espulsione.

Leonardo Terzo

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