Che cos’è la letteratura 11. Dall’identificazione al riconoscimento della letteratura

Leonardo Terzo, Sensing the Climate, 2009

Lo sguardo estetico, e la natura della letterarietà che ne consegue, sia che si definisca sulla base di una polisemia che evidenzia la pluralità dei modi di produzione del senso, sia che si definisca per la preminenza della connotazione, che pone nell’emotività la fonte d’apprezzamento (valore ed erotismo) della sua funzione, sia che trovi modo di spettacolarizzare la sua ridondanza e la sua coerenza strutturale in termini di iperfunzionalità, organicità e astanza, è comunque un valore d’uso.

Qui si rimanda alla definizione tautologica dell’inizio. La specificità di questo uso, come per il fenomeno del “sacro”, consiste nella decisione di attribuire ad un testo, ad un enunciato, ad una situazione interattiva, il valore della letterarietà, per motivi arbitrariamente selezionati, ma selezionati comunque per l’interesse che vogliono suscitare, o il piacere che promettono di procurare. Se tutti i gusti sono gusti, è perché condividono la finalità del gusto.

Se non esiste, in linea di principio, una riconoscibilità dell’uso letterario in base alle sole caratteristiche linguistiche, ovvero di stile, immanenti al testo, è vero però che la conoscenza della tradizione letteraria permette di fatto di riconoscere alcune caratteristiche della letterarietà storicamente situate in epoche, generi e forme, senza ovviamente esaurire in esse l’invenzione e la selezione di elementi inediti per ogni uso letterario futuro.

L’uso letterario di un oggetto testuale non nasce dal nulla, ma appunto da ciò che abbiamo chiamato istituzione cognitiva della letteratura, e tale istituzione implica la disposizione consapevole del soggetto ad esercitare la sua competenza nella lettura. Questa competenza viene acquisita con l’educazione, e dunque perviene dalla tradizione.

Che poi tale competenza si eserciti ogni volta di nuovo, prescindendo dalle letture precedenti o di altri, accrescendo o confermando un’interpretazione che ne riattualizzi il senso o alcune virtualità di senso consentite dal testo, è solo un modo aggiornato di dire che un’opera consente più interpretazioni, sia per la polisemia intrinseca della sua natura, sia perché il lettore (o riattualizzatore del senso) vi apporta il contributo di una competenza interpretativa in connessione alle sue esperienze di lettura precedenti e in connessione alla singolarità esistenziale della sua posizione nel mondo in quel determinato momento. La cognizione istitutiva della letterarietà implica un’educazione permanente, ma dopo aver letto il primo sonetto sono in grado di riconoscere la forma di tutti i sonetti che leggerò in futuro, e lo stesso vale per ogni nuovo genere o mezzo.

Un altro modo di concepire la letterarietà è di farne un’autoriflessività complementare a quella di Jakobson, e a quella già qui prospettata come organicità e convergenza dei simulacri funzionali. E precisamente un’autoriflessività riferita non alle strutture linguistiche del messaggio, bensì alle condizioni di possibilità dei mondi ipotetici, rappresentati ed esplorati dal discorso della finzione. L’estetica sarebbe così una retorica più comprensiva, capace di prospettare un orizzonte di conoscenza che, attraverso il linguaggio, va al di là del linguaggio: sarebbe uno dei vari modi per cui la sua posizione rimossa rispetto al reale (e al discorso referenziale) da debolezza si capovolge in forza di persuasione “dialogica”. È quella forza che, nell’effetto ostensivo della cosiddetta “astanza”, come si è già detto, rende presente al lettore una serie di principi organizzativi, compositivi e di coerenza semantica e strutturale.

Per il fatto che la letteratura dà agli argomenti tematizzati il fascino estetico che le compete, e si offre al lettore per un uso apprezzativo ed erotico, essa diventa automaticamente un intensificatore di persuasività, che usa effetti estetici invece che semplicemente retorici: una sorta di propaganda intrinseca persino suo malgrado. Come la pubblicità non viene fatta per dire che un prodotto è cattivo e non va comprato, ma sempre per lodarlo e farlo comprare, e quindi, anche quando non lo dice esplicitamente, il messaggio pubblicitario è sempre inteso in questo modo promozionale, così anche l’arte implicitamente è un discorso sull’apprezzabilità dei valori, cioè sul valore dei valori. Come per il solo fatto di apparire in pubblicità il prodotto si considera apprezzabile, così pure tutto ciò che appare in un’opera letteraria si proporrebbe all’ammirazione e all’apprezzamento o al suo contrario, come asserzione di verità, giustizia, efficacia, che cerca di convincere il lettore rispetto ad altre asserzioni di valore presenti o assenti nell’opera stessa.

Il lettore diventa così un interlocutore su cui l’opera cerca di avere un inevitabile effetto di persuasione riguardo ai valori tematizzati. In tal modo la letteratura riacquista, almeno indirettamente, accanto alla dimensione edonistica, quella funzione educativa e informativa che aveva quando non era individuata come forma di sapere autonomo.

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