Che cos’è la letteratura 15. Critica e società di massa.

Hic Sunt Group, Cellulari e cellulite, 2011

La moglie di Leavis, Q(ueenie) D(orothy) Leavis nel 1932 pubblica Fiction and the Reading Public, che anticipa le accuse tipiche del modernismo alla cultura popolare. Non è un libro di critica letteraria, ma piuttosto di indagine sociologica e antropologica sui lettori e gli scrittori di letteratura popolare. Il libro sostiene che il pubblico è reso più rozzo dai bestseller e dal cinema, e implica un criterio di sensibilità emotiva che distingue la vera letteratura da quella popolare, dal cinema, dal jazz, dalla pubblicità, dal giornalismo periodico di gossip e sensazionalismo.

L’idea che la cultura debba diffondersi dall’alto in basso si fonda anche sulla credenza che nei secoli precedenti vi fosse un pubblico unico, formato da tutti gli strati sociali. Il pubblico meno colto poteva assistere ad Hamlet interpretandolo solo come un melodramma, ma era comunque esposto ai versi di Shakespeare. Vi era cioè un unico codice che comprendeva i gusti di tutti i lettori e spettatori, anche se ognuno ne fruiva secondo le sue capacità.

La classe colta era distribuita in piccoli gruppi in tutta la nazione, e aveva mezzi di comunicazione nelle riviste e nei giornali di elevata dignità culturale. Nel Settecento emerge infatti quella che è stata chiamata la “sfera pubblica”, con le riviste nuove come il Tatler di Steele, e lo Spectator di Addison, uno spazio culturale in cui si discutevano tutti i problemi della vita politica, morale e personale, a livello serio e con grande maturità. La classe dominante era colta, omogenea, emotivamente dignitosa e razionale, e le classi inferiori ricevevano “dall’alto” i modelli da seguire.

In questa visione utopica del passato, creata dai modernisti, anche il fatto che gran parte della popolazione non sapesse leggere è considerato favorevolmente, perché, secondo la loro tesi, nell’età in cui non dominavano le macchine, nonostante le lunghe ore di lavoro, il popolo aveva un contatto diretto con i materiali dell’artigianato e della vita: ferro, legno, cuoio, la terra, gli animali, e aveva ancora il senso di una autentica comunità. Inoltre ereditava una cultura popolare fatta di tradizioni, di saggezza proverbiale, usi e frasi locali, messe alla prova da generazioni, che costituivano un patrimonio culturale comune, a livello locale e nazionale, insieme alla lettura dei libri religiosi, della Bibbia e di opere della cultura puritana, come il Pilgrim’s Progress di John Bunyan. Dall’alto al basso e viceversa vi sarebbe stata unità e complementarità, non divisione.

La corruzione, secondo Q. D. Leavis, comincia con la seconda metà dell’800, quando prevale una tendenza melodrammatica, sentimentale e sensazionalistica. Per capirlo, dice Q. D. Leavis, basta paragonare l’equilibrio razionale dei romanzi di Jane Austen a Jane Eyre di Charlotte Brontë, già permeato di un vergognoso abbandono al compiacimento sentimentale. Le cose peggiorano con la narrativa puerile e volgare di Dickens e Thackeray. Dickens sarebbe lo scopritore della formula comico-patetica che fa piangere e ridere il lettore, e che sarà poi sfruttata dal cinema di Hollywood. In Dickens per esempio abbiamo la trama cumulativa di episodi, tipica delle pubblicazioni a puntate sui giornali, che è l’origine della narrativa seriale di poco prezzo, tutta colpi di scena ed effetti sensazionali.  I gusti del pubblico passano perciò dalla lettura dei libri religiosi a quella dei giornali scandalistici come  News of the World e il Sunday Express. Lo scrittore di romanzi popolari non si distingue dal giornalista o dal pubblicitario.

Il motivo di questi cambiamenti sarebbe l’industrializzazione, che trasforma la comunità pre-moderna, organica e genuina, situata nei villaggi e nelle piccole comunità, in società industriale moderna, meccanica, alienante e standardizzata dalla produzione di massa, situata nelle metropoli. È la famosa distinzione tra Gemeinschaft e Gesellschaft teorizzata dal sociologo Tönnies. Mentre nelle piccole comunità gli abitanti hanno una contatto quotidiano, nelle città c’è un isolamento e i luoghi di ritrovo sono solo il cinema e la sala da ballo. In questo contesto la letteratura popolare è una compensazione alla povertà della vita emotiva. La predilezione di questa letteratura fatta di bestseller pieni di orge emotive che sfiorano la lascivia e la pornografia, sarebbe un altro segno del fatto che lo psicologo, più che il critico letterario, sarebbe la persona adatta ad occuparsene.

Naturalmente i sostenitori della cultura popolare di massa non accettano questi giudizi e obiettano a Q. D. Leavis di non fornire prove di quanto sostiene, ma di fare un ragionamento tautologico: siccome la gente legge libri che Q. D. ritiene rozzi e volgari, ella ne deduce che la gente deve avere una vita emotiva vuota e alienata. Avendo una vita vuota la gente legge tali libri come una compensazione, per il venir meno della comunità ben integrata dei villaggi. Infine si accusa questo atteggiamento di essere elitario e di auspicare il ritorno ad un’epoca in cui non viene mai messo in discussione l’assenso all’autorità.

Possiamo riassumere le tesi dei due Leavis, e vedere la sostanza dei loro atteggiamenti, così come emergono in modo esplicito o implicito nei due libri considerati. Cogliamo perciò:
a) la presunzione dei modernisti di sapere quali sono i sentimenti genuini;
b) l’idea che la cultura di massa crea falsi bisogni;
c) l’idea che i piaceri volgari della cultura di massa si basano sui generi: rosa, giallo, melodramma, thriller, ecc. ;
d) questi generi offendono i valori estetici fondati sul controllo degli istinti e sul distanziamento  razionale, su educazione e decoro, prevalenti fino al Settecento;
e) controllo razionale, educazione e decoro sono perciò valori di cui i modernisti auspicano il ritorno, anche attraverso un atteggiamento critico;
f) l’atteggiamento critico verso la cultura di massa deve perciò scuotere il lettore adagiato sui rassicuranti valori del compiacimento e dell’abitudine agli stereotipi, al conformismo;
g) il modernismo deve essere quindi disturbante, scioccante, pessimista e tragico;
h) la cultura di massa è erotica, non nel modo innocente e sano della tradizione, ma in un modo lascivo ed eccessivo; perfino la religione è permeata di un erotismo disgustoso e improprio;
i) i piaceri della cultura di massa sono recepiti passivamente, non richiedono una partecipazione attiva;
j) l’elemento visivo (che è un livello di comunicazione inferiore) prevale su quello intellettuale, dominante nella lettura: favorisce perciò la fantasticheria a danno del pensiero;
k) i bestseller, il giornalismo sensazionalistico, la pubblicità e il cinema, organizzati secondo criteri commerciali e in dimensioni industriali hanno una grande forza diffusa, e ad essi occorre opporsi in modo totale;
l) le minoranze consapevoli sono vittime di questa situazione, e prevedono quindi un futuro negativo. Non sempre è chiaro però se la cultura massificata isola le minoranze, o se le minoranze moderniste scelgono di isolarsi per essere elitarie;
m) l’istruzione deve educare contro la cultura di massa, con spirito missionario, per formare minoranze capaci di resistere; parte di questa resistenza deve riguardare la cultura americana, e la sua inclinazione alla democrazia, contraria all’atteggiamento gerarchico europeo. Vedi l’atteggiamento opposto dell’anti-intellettualismo americano;
n) occorre opporsi al relativismo critico e al pluralismo culturale: le avanguardie sono lo standard più avanzato che deve valere per tutti, perché l’élite modernista è più intelligente, sensibile, razionale, previdente, percettiva e capace di discriminare;
o) i periodi storici sono considerati in modo monolitico, sempre dominati da un’unica tendenza, e non si vedono le profonde diversità e contraddizioni che caratterizzano ogni epoca, compreso il ‘900 e i movimenti d’avanguardia come il cubismo, il futurismo, il costruttivismo, che accettano la modernità e celebrano l’epoca delle macchine e delle tecnologie.

Si potrebbe dire che tutta la critica alla società di massa che verrà è solo un prolungamento o un’estensione dei due libri di F. R. e Q. D. Leavis.

Parallelamente e successivamente all’epoca di Leavis si susseguono rapidamente, fino a sovrapporsi, tre atteggiamenti etici e critici verso la letteratura: il positivismo di I. A. Richards, che conduce esperimenti e indagini empirico-sociologiche per determinare l’uso della letteratura da parte dei lettori, e quindi funge da antesignano della teoria della ricezione; il close reading dei new critics che, pur fondato su una peculiare mistica della letteratura, intesa come livello più elevato di consapevolezza umanistica, produce e lascia in eredità alle generazioni successive un esemplare apparato di strumenti critici; infine la tassonomia sistematica di Northrop Frye, che disegna le linee di una topografia letteraria generale, in cui tutte le opere acquistano senso e valore nella struttura in divenire di un universo in espansione.

A questo punto le concezioni formaliste, rafforzate nell’Europa continentale dalla semiotica e dallo strutturalismo, raggiungono l’apice della loro parabola, e inizia, con gli Anni Sessanta, il confronto della letteratura con le esigenze sociali e politiche delle nuove generazioni nate dal baby boom del secondo dopoguerra, e già formatesi in un mondo dove i mezzi di comunicazione di massa sono le principali fonti di produzione culturale e di paradigmi pedagogici.

Ma i motivi dell’insofferenza delle nuove generazioni derivano anche dalla percezione che la preparazione che le istituzioni accademiche offrivano non era più in grado di assicurare quell’appartenenza alla classe dirigente, che era invece garantita quando gli studi superiori erano privilegio di una minoranza elitaria. Questo era ancora più evidente nelle discipline umanistiche e letterarie in particolare, proprio per l’emarginazione della letteratura rispetto alle funzioni produttive e direttive della società industriale e postindustriale. Questo getta luce anche sul tentativo “reazionario” dei new critics, e “utopistico” di Leavis, di resistere alla mercificazione della letteratura e di rivendicare ad essa compiti sociali superiori a quelli della scienza.

Le nuove generazioni capiscono che questo attaccamento ad una visione umanistica del passato non è più efficace e propongono, per quanto confusi, nuovi modelli di soggettività, attiva, mobile, molteplice, comunitaria e partecipativa. In questa prospettiva si spiega anche lo spostamento dell’enfasi dai compiti dell’autore a quelli del lettore, fino a dissolvere ogni oggettività, nell’illusione di potersi appropriare del testo come sostituto dell’impossibilità di appropriarsi del mondo.

Da questo nuovo ethos nasce la teoria letteraria, poi denominata semplicemente “teoria”, perché tesa ad uscire dal ghetto letterario e impegnata ad assorbire, per via interdisciplinare, le metodologie epistemiche di tutti i saperi e le discipline. In questo modo la teoria si distacca dalla letteratura, diventa autonoma e sostituisce la letteratura nell’affrontare direttamente il compito proprio delle poetiche d’avanguardia, vale a dire: evidenziare i paradigmi della percezione, decodificazione, e ripresentazione del mondo, ovvero di tutte le pratiche della significazione. Mentre quindi sembra voler ampliare il suo raggio d’azione, uscire dall’accademia, e sviluppare una coscienza civile più ampia e democratica, di fatto la teoria diventa più tecnica, elitaria e specialistica di quanto non fossero la letteratura sperimentale e la critica modernista.

Il “riflusso” politico degli Anni Settanta rielabora il ribellismo dominante del decennio precedente in forma di deriva post-strutturalista, e limita le sue battaglie culturali ad una politica del testo, invece che nel mondo, al riparo e nell’ambito protettivo delle istituzioni accademiche. Quest’elaborazione produce il decostruzionismo e fornisce le armi per svelare e smantellare i presupposti “metafisici” dell’umanesimo e dello scientismo. Ma trasferendo il senso della crisi dell’umanesimo dalle concrete circostanze storiche del presente all’astorica immanenza del logocentrismo, ritenuto inevitabile in ogni processo di significazione, la decostruzione rimane impantanata negli ozi dell’indeterminazione e del relativismo, oppure in una sterile  contemplazione dell’inautentico. Come dice il profetico Montale: “…questo posso dirti: ciò che non siamo ciò che non vogliamo…” Una dottrina che sostituisce la possibilità di agire col mero “fluttuare del significante”, non è in grado di riedificare alcuna prospettiva praticabile, né per i giovani, né per il femminismo, né per gli studi etnici, che nel frattempo hanno manifestato aspirazioni egemoniche molto pressanti, e confluiscono negli altrettanto equivochi “cultural studies”.

Leonardo Terzo.

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