Invito alla lettura di Elizabeth Bowen (1899-1973)

 Leonardo Terzo
Prefazione

 Questo libro è il prodotto di un gruppo di studiosi, per metà giovani agguerriti, che, come risulta dalla nota sugli autori, fanno tutti capo alla sezione di anglistica del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pavia. Forse proprio la loro giovane età, influenzando anche i meno giovani, ha creato le condizioni per osservare con uno sguardo inedito l’opera di Elizabeth Bowen, una scrittrice la cui eminenza non è mai stata soggetta agli ondeggiamenti del gusto e delle mode, sia nella prima che nella seconda metà del Novecento e oltre.

Lo spirito nuovo con cui i suoi romanzi e racconti sono qui riletti e interpretati, da un lato conferma, forse banalmente, la perenne attualità dei classici, anche moderni, dall’altro dimostra che uno sguardo e un interesse aggiornato sono in grado di riproporre ad altri livelli il proverbiale “shock of recognition”, tipico dei capolavori. Per questo l’opera della Bowen si rilegge ora come il sintomo di una trasformazione culturale più profonda di quella già a suo tempo colta nella letteratura inglese ed europea nel passaggio pre- e post-bellico dall’impegno degli Anni Trenta allo smarrimento degli Anni Quaranta.

Ciò che si riflette e si riconosce in queste interpretazioni è l’atteggiamento culturale disincantato, e poi nuovamente incantato, degli attuali lettori; ciò che si scopre è la capacità dell’autrice di tracciare una diversa e ulteriore via, tra la ricerca sulle tecniche espressive, propria dei modernisti canonici, ed il ritorno agli interessi etici e sociali della letteratura del periodo bellico e immediatamente successivo, e a seguire della fase di antimodernismo che caratterizzò la letteratura inglese negli Anni Cinquanta.

Questa via comprende entrambe le istanze, mantenendo una forte capacità di invenzione tecnica al servizio di una tematica che a suo tempo fu giustamente interpretata per lo più in termini di critica sociale, educazione sentimentale e di indagine psicologica, ma che, oltre a queste, oggi appare in grado di far scaturire dimensioni e avvaloramenti impensati, per esempio nel trattamento del tempo e dello spazio, o nell’apertura, segreta prima, allusiva poi, e infine persino oscena, alla pluralità e alla stratificazione dei livelli di esistenza più o meno cosciente dell’animale umano, culminanti nella sperimentazione metamorfica di Eva Trout.

Questa versione progressivamente apocalittica del modernismo e dell’iperrealismo ha infatti, tra gli altri effetti, quello di sconvolgere e ricostituire l’ordine cronotopico della narratività. Entro questa nuova apertura delle coordinate narratologiche, il mondo e i personaggi subiscono una trasfigurazione e una caratterizzazione che fornisce loro un’intensità oggettiva peculiare, e nello stesso tempo proietta sui luoghi e sulle cose una sorta di animismo e animosità umanistici altrettanto inaspettati.

L’opera di Elizabeth Bowen resta più che mai una lettura impegnativa, una pietra di paragone che marca irrefutabilmente e distintamente la differenza  fra i livelli di cultura, in un tempo che vorrebbe credere di aver superato queste questioni. L’amore e la morte, la verità e l’ambiguità, la guerra e lo spionaggio, l’adolescenza e la maturità, le aspirazioni e le frustrazioni sociali, lo spaesamento e il ritrovamento del sé, costituiscono un repertorio di interessi sempre vivi per ogni generazione di lettori; ciò che è invece del tutto straniante è il trattamento ellittico a cui la narrazione della Bowen li sottopone.

I mondi che l’autrice rappresenta sono infatti non tanto ciò che resta dei sentimenti e delle aspirazioni, come se fossero impoveriti da un venir meno di autenticità e intensità. Al contrario la ricerca di una nuova autenticità trova nella simbiosi con gli oggetti e coi luoghi, nell’aggrovigliarsi e arrovellarsi dello spazio e del tempo, un nuovo paesaggio esistenziale dove lo scarto essenziale fra il non detto e il non fatto e l’ideale rotondità delle storie ben raccontate e soprattutto ben accadute, non è desolazione, e nemmeno solitudine, ma un nuovo modo di sussistere.

Come è stato notato più di una volta nei diversi saggi ed è ben ripreso nell’introduzione a proposito dell’amore, ma che vale forse per ogni altra materia in questione: tutti si agitano intorno ad un vuoto dove l’amore non riesce ad essere detto, intorno ad un abisso dove l’amore non c’è. La verifica individuale e collettiva che quel qualcosa ci sia non ha un termine, né una conclusività, ed è l’inedito modo di tenere insieme in quel momento e in quel luogo i personaggi, la loro solitudine e la loro sopravvivenza. Una sorta di catarsi d’acciaio in un involucro drammatico vellutato.

English version
by Jennifer Jacques

This book is the product of a group of researchers, half of whom are valiant young people, who, as mentioned in the note about the authors, all work at the English section of the Department of Modern Foreign Languages and Literatures in the Humanities Faculty at the University of Pavia. Perhaps it is precisely their young age that has created the conditions for observing with such an original view the work of Elizabeth Bowen, a writer whose eminence has never been subject to vacillations of taste and fashion, in both halves of the twentieth century and beyond.

This new spirit in which her short stories and novels are read and interpreted here on one hand confirms, perhaps trivially, the enduring relevance of the classics, and on the other hand shows how an updated look at her work can take to new levels the proverbial “shock of recognition” typical of masterpieces. It is because of this that the work of Bowen reads now as somewhat symptomatic of a cultural transformation deeper than that acknowledged at the time, which was evident in pre- and post-war English and European literature, from the commitment of the ‘Thirties to the disoriented years of the ‘Forties.

What is reflected and recognized in these interpretations is the shift from an initial disenchantment in the cultural attitude again to a new enchantment in the modern reader; what you find is the author’s ability to trace an alternate route, through the pursuit of expressive techniques characteristic of recognized modernists, and a return to ethical and social concerns of the literature of the wartime period and immediately afterward, following the phase of anti-modernism that characterized English literature in the ‘Fifties.

This new route includes both instances, maintaining a strong capacity for technical invention at the service of a theme that in its time was, for the most part, rightly interpreted in terms of social critique, sentimental education and psychological research, but that, in addition to these, now seems to be capable of calling forth unexpected dimensions and confirmations, for example in the treatment of time and space, or in the opening, at first secretive, then allusive and finally even obscene, to the plurality and the stratification of levels of existence more or less conscious to the human animal, culminating in the metamorphic experimentation of Eva Trout.

This progressively apocalyptic version of modernism and hyperrealism has, among other effects, the ability to disrupt and restore the chronotopic order of narrativity. In this new opening of the narratological coordinates, the world and the characters undergo a transfiguration and a characterization that provide them with a peculiar objective intensity, while simultaneously projecting onto places and things a kind of equally unexpected humanistic animism and animosity.

The work of Elizabeth Bowen remains more than ever a challenging read, a touchstone that irrefutably and distinctly marks the difference between the levels of culture, in an age that would like to believe it is over these issues. Love and death, truth and ambiguity, war and espionage,  adolescence and maturity, social aspirations and frustrations, the displacement and the rediscovery of self, all constitute a range of topics which are of undying interest to all generations of readers; what is instead completely “estranging” is the elliptical treatment to which the narrative of Bowen submits them.

The worlds that the author depicts are in fact not what remains of feelings and aspirations, as if they were impoverished by a loss of authenticity and intensity – on the contrary,  the search for a new authenticity found in the symbiosis of objects and places, in getting tangled up in and breaking through space and time, in a new existential landscape where the essential difference between the unsaid and the undone is the ideal completeness of stories well told and above all well played out, is not despair, nor loneliness, but a new way to exist.

As was noted in the introduction about love, but goes perhaps for any other matter in question, we are all moving around a void where love cannot be said, around an abyss, where love is not. The individual and collective verification that that certain something there is does not have a term or conclusiveness, and it is the unprecedented way to hold together the characters, their loneliness and their survival in that particular place and time;  a kind of steel catharsis in a silky smooth casing.

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But if change is to be how to write an autobiography essay effective and long-lasting, it must be instituted not from the top down but from the bottom up

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