Come è umano lei! Stupidità e arte.

5maggio1

Hic Sunt Group, Piazza XXIV Maggio, Milano, 2008

Dal punto di vista antropologico l’arte incorpora in oggetti materiali i valori di una comunità per poterli contemplare come cose concrete nella loro formalità sensibile. Il problema che si pone è che forse prima che valori, cioè a prescindere da una successiva valorizzazione, le caratteristiche umane che vengono incorporate in opere d’arte sono appunto solo dei caratteri, degli aspetti, dei modi di essere e di vivere.

In questa prospettiva diciamo che i contenuti dell’arte possono essere nobili o ignobili. Si può creare qualcosa avente per contenuto anche ciò che disprezziamo o odiamo. L’intento con cui ciò viene fatto può essere a sua volta apprezzativo, o spregiativo, o documentario, ma il più delle volte è enigmatico. Oppure, poiché i valori non sono tali per tutti, ciò che viene apprezzato da qualcuno può essere detestato da altri: vedi per esempio la distruzione delle opere d’arte: le statue di Buddha in Afghanistan, o l’installazione distrutta dall’ambasciatore israeliano in una esposizione in Svezia, perché la riteneva critica alla politica del suo stato, o la controversa questione dei bambini impiccati di Cattelan.

Ma se il contenuto o la finalità delle opere d’arte è l’illustrazione o documentazione, il più delle volte non del tutto consapevole, del modo di essere di una comunità o di alcune persone all’interno di essa, dei modi di vita, o dei modi di sentire, non si può escludere che talvolta l’arte sia anche l’evidenza, fatta concreta e sensibile, di aspetti propriamente umani come la stupidità, la meschinità, l’idiozia.

L’arte contemporanea mi sembra spesso infatti il prodotto della stupidità e dell’idiozia del presente, filtrate da un’ignara o problematica adesione dei suoi autori. Inoltre però, come per il trash: la presentazione compiaciuta di cose di cattivo gusto (i film di Pierino con Alvaro Vitali), se riuscita, cioè effetto deliberato di un adeguamento della forma ad un contenuto volgare e stupido, ma apprezzato dal suo pubblico, basta a farne qualcosa di esteticamente apprezzabile? E poiché l’intenzione, se non è irreperibile, è comunque quella incorporata di fatto nell’opera, e dunque è sempre realizzata, basta il criterio dell’adeguamento, per farne qualcosa di apprezzabile?

Come dice Germano Celant (L’Espresso, n. 17, 29 aprile 2010, p. 110) nell’arte contemporanea la critica dei vecchi valori, tipica del modernismo, “ha lasciato spazio a un territorio senza giudizio, in cui l’artista si appropria di tutto, mettendo in gioco qualsiasi soggetto. Uno sviluppo impersonale ed egualitario, dove conta solo l’ego totalizzante…”. Ricorda poi il gruppo Fluxus, che tende a considerare arte ogni atto della vita quotidiana. Così, per “assorbire tutte le varianti dell’esistere” si raggiunge “un’indeterminazione assoluta”.

Non si può fare a meno di pensare che tra le cose della vita, quotidiana o no, tra tutte le varianti dell’esistere, non manchi la stupidità. Il problema andrebbe affrontato partendo dai risultati. Come giudicare l’opera-performance di Marina Abramovic che si fa colpire con schiaffi e altro dagli spettatori? O le mandrie di persone nude portate in giro in vari luoghi metropolitani o naturali, da Vanessa Beecroft e da altri, come bestie al pascolo?

Quali sono i significati, se non i valori, incorporati in queste azioni? Ci sarà del masochismo per esempio? O la denuncia di vari mali dell’umanità? O la degradazione della dignità esposta e volgarizzata (alla maniera di Castelvetro con la Poetica di Aristotele)? Ma non è, appunto, forse semplicemente il manifestarsi della stupidità umana, che esige anch’essa la sua  incorporazione in oggetti e situazioni esemplarmente stupidi? Sono stupide le persone, che poi si fanno artisti? Credo di no. O piuttosto le antenne più sensibili degli artisti ricevono dal mondo i messaggi propri della stupidità epocale? E se ne fanno coinvolgere

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