Cosa fa chi fotografa.

FotografiHic Sunt Group, Fotografi, 2012

Per iniziare senza pregiudizio fingiamo di non sapere che cos’è una fotografia, anche perché, a sentire i discorsi dei fotografi stessi, la cosa pare vittima di molti fraintendimenti. Chi fotografa compie un’azione. Questa azione ha un intento, come ogni altra azione umana peraltro. Nel risultato dell’azione dovrebbe essere riconoscibile l’intento. Si deve dire quindi che chi fotografa vuole rappresentare qualcosa e questa scelta ha il suo significato. Ma questo appunto vale per ogni atto umano, e non ha nulla di più nella fotografia. Infatti tutto ciò vale, per esempio, per una puntata alla roulette: chi la fa vuole giocare e spera di vincere. Chi fotografa vuole ritrarre quello che vede per farne un uso successivo. Tale e quale per un disegno o un quadro, a parte il fatto che la fotografia, se si vuole, si fa più in fretta, mentre l’intento di dipingere, per esempio Napoleone a cavallo, è studiato con più agio. Ma anche il Napoleone di David, raffigurato nell’istante in cui il cavallo si impenna, è un’istantanea, seppure inventata, che si vuole tramandare per l’eternità.

Ecco una citazione di Cartier-Bresson:

La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che capta l’istante e la sua eternità […] Di tutti i mezzi di espressione la fotografia è la sola capace di rendere l’eternità dell’istante. […] Una fotografia è per me riconoscere simultaneamente, in una frazione di secondo, da un lato il significato di un fatto e dall’altro l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che questo fatto esprimono. […] Per quel che concerne il contenuto dell’immagine, vorrei dire che per me il contenuto non può mai essere disgiunto dalla forma. Intendo per forma l’organizzazione plastica rigorosa che sola rende concreti e trasmissibili i concetti e le emozioni. In fotografia, l’organizzazione della percezione visiva non può essere che formale, in quanto è dominata dal sentimento spontaneo dei ritmi plastici. (H. Cartier-Bresson, L’immaginario dal vero,1996)

Come abbiamo visto col quadro di Napoleone a cavallo, e vale anche per l’urna greca dell’ode di Keats (che non a caso si conclude con la famosa frase: “Beauty is truth, truth beauty…”), non è vero che la fotografia è la sola tecnica capace di rendere l’eternità dell’istante. I fotografi, forse come tutti coloro che si dedicano a qualcosa, credono di essere unici o esageratamente specifici. E anche la fretta dell’operazione del famigerato scatto istantaneo va vista nel contesto di tutto il lavoro di redazione che c’è sempre stato, anche se adesso è più raffinato e si chiama “post-produzione”.

Naturalmente “l’eternità dell’istante” è una figura retorica, l’ossimoro, letteralmente contraddittoria, perché per istante si intende proprio il contrario dell’eternità. Quindi cosa sta cercando di dirci Cartier-Bresson?  Probabilmente sta cercando di dire che la fotografia rappresenta una realtà così com’era nell’istante in cui la fotografia è stata scattata. E poiché nel tempo tutto si modifica, un istante dopo, un minuto dopo, un’ora dopo e così via, quella realtà non è più come appare nella fotografia, e la fotografia conserva invece la rappresentazione precisa di quella realtà in quel momento.

Le due parole, istante ed eternità, infatti hanno un significato convenzionale, che non corrisponde ad una verifica scientifica di ciò che significano. Per istante si può intendere un secondo, un decimo di secondo, un minuto, o altro. In realtà la parola non significa niente di preciso, ma solo la nostra sensazione di qualcosa che dura pochissimo, secondo la misura che noi diamo agli eventi del mondo. Anche la parola eternità funziona così. Significa il contrario di istante, cioè la nostra percezione di qualcosa che è durata molto di più di quanto ci aspettavamo. Se la mia ragazza arriva all’appuntamento con mezz’ora di ritardo, sono autorizzato a dirle: è un’eternità che ti aspetto! Poiché tutto finisce, l’eternità non esiste, se non in questo senso convenzionale. Ciò che la fotografia capta è l’istante nella sua istantaneità. Ciò che perdura nella foto è la sua rappresentazione visiva, non la sua realtà.

Anche ciò che Cartier-Bresson chiama “l’organizzazione plastica rigorosa” è un’opinione a posteriori, e sempre comunque opinabile. Sia l’organizzazione che il rigore sono tali anche nella casualità con cui ad esempio Andy Warhol tiene aperta la telecamera di fronte a ciò che può passarci davanti o no. Con questo non nego che Cartier-Bresson faccia le sue scelte geniali, e io come tutti sono un suo ammiratore, ma proprio il fatto che i fotografi facciano una quantità di scatti fra cui poi selezionano quelli che preferiscono dimostra che i loro sono solo tentativi, più o meno riusciti. Il maggiore o forse unico merito del fotografo consiste nello scegliere la porzione di tempo e spazio da immortalare, supponendo e prevedendo che quella porzione sia interessante per chi la vedrà successivamente. Vedi la foto di Leonard Freed che rappresenta il carrettiere che spinge, correndo, il carretto carico di tonno. https://www.leonardoterzo.it/siteleo/2012/10/istante-e-civilta-le-fotografie-di-leonard-freed-al-palazzo-delle-stelline/#.Uc62CNgWHFw

È altrettanto ovvio che la fotografia, opera d’arte o semplice documento informativo, come qualsiasi messaggio, ha una forma del significante e una forma del contenuto. Essendo un’immagine, l’aspetto visivo implica la rappresentazione, e quindi una somiglianza iconica tra forma e significato, e non un rapporto arbitrario e convenzionale come nella lingua. L’aspetto formale non è dovuto quindi al “sentimento spontaneo”: ci sarebbe comunque una forma, tautologicamente iconica, per il fatto che si tratta di immagine, anche quando non è “artistica”.

Ma come dice proprio il titolo del libretto di Cartier-Bresson, nella fotografia il mondo ci mette “il vero” e il fotografo, come chi guarderà poi la fotografia, ci mette “l’immaginario”, cioè immagina che la fotografia abbia tutti quei significati e quei pregi, informativi ed estetici, che lui stesso vorrà immaginare e attribuirgli.

La peculiarità dell’istantanea fotografica è, come si è detto, di dover far coincidere scatto e oggetto. Ma questo di per sé è più un ostacolo che altro. L’effetto fotogenico deve superare questo ostacolo, sebbene qualcuno pensi che sia invece un vantaggio. Probabilmente questo carattere di ostacolo è ciò che rende ammirevole la fotografia e il fotografo che ha saputo superarlo, sia rispetto all’occasione fuggevole, sia in implicita concorrenza con gli altri fotografi. Peraltro lo scatto è sempre istantaneo, ma l’oggetto da fotografare può non esserlo affatto, ed essere invece accuratamente preparato, come nelle foto di moda o le cosiddette artistiche, o paesaggistiche o nei ritratti, nelle foto tessera ecc.

Ma gli ostacoli, come per esempio il ritmo fisso e non libero nella versificazione poetica, condizionando il lavoro, tecnico o creativo che lo si voglia definire, stimolano la ricerca delle soluzioni atte a superarli. Così che sono allo stesso tempo un ostacolo e una spinta all’invenzione, costringendo quasi il fotografo a “farsi uno stile”. E lo stile è una ripetizione con variazione, ma non troppa. L’istantaneità delle scelte a cui il fotografo di cronaca è obbligato costringe infatti a prendere delle decisioni che evidenziano alcuni aspetti a scapito degli altri, e quindi la rapidità decisionale ritaglia e sfronda l’oggetto fotografato del contorno, che diventa di necessità superfluo o ellitticamente significativo. Cioè è importante proprio perché non c’è. (Continua)

Leonardo Terzo

Also solltest du es vor allem mögen, dann bist du mit sicherheit um einiges besser, weil motivierter und engagierter, als wenn du generell eine begabung aber ghostwritinghilfe.com/ keinen spaß an der sache hast

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *