La fotografia e il sublime (“tecnico, volgarizzato ed esposto”)

Instant TongueEmporio Porpora, Instant Tongue, 2013

Il sublime è l’occorrenza inattesa di un’esperienza etica, estetica o semplicemente funzionale, ad un livello elevato. La sua istantaneità ed intensità potrebbero essere descritte con la metafora, comprensibile a tutti, del colpo di fulmine, cioè un momento di percezione estatica e folgorante che colpisce ma forse non appaga.

Il carattere inatteso e  instabile ne fa infatti qualcosa di non razionalizzabile che, in quanto “detto”, oltre che vissuto, si cerca comunque di capire, più spesso invano, ovvero di catturare e stabilizzare almeno concettualmente, mentre se ne può solo avvertire l’esperienza. La tensione inappagata verso ciò che esso non è: durata, comprensione, stabilizzazione, fa sì che ne derivi anche un effetto collaterale di malinconia o tristezza. L’estasi, come uscita dallo stato normale, porta all’esaltazione che è sensazione e non comprensione.

La concezione modernista dell’arte, fondata sull’originalità e la novità, cioè sull’inatteso formalizzato, per costituzione mira al sublime piuttosto che al bello, seppure attraverso una graduale presa di coscienza di tale propensione. Si parte infatti dall’impressionismo, che sembra cercare solo più libertà, poi si giunge al futurismo che è più coscientemente programmatico e aggressivo, fino al dadaismo, che mira ad annientare l’arte, e identifica il sublime con la derisione del senso.

Anche la frase di Gianbattista Vico, che i moderni sono nani sulle spalle dei giganti del passato, è un’immagine della ricerca del sublime, come aggiunta che, sebbene infinitesimale, va comunque oltre.

La fotografia ha alcune caratteristiche del sublime “tecnico”. Essa è predisposta all’occorrenza del sublime, a partire dal “fermo” che cattura l’istante immortalandolo. Ma il sublime fotografico è specificamente tecnico, perché la folgorazione estatica, più che dalla scelta della porzione di mondo da inquadrare e immortalare, che inevitabilmente ripercorre più o meno la storia delle poetiche moderniste e pre-moderniste, deriva dalla constatazione dell’effetto fisico-chimico “di luce” che si trasforma in immagine del mondo, riconoscibile con sorprendente esattezza.

L’eccezionalità del sublime è intesa inoltre talvolta come sacralità, perché il sacro è appunto il non umano o il non comune, o l’alterità per definizione. Nel caso della fotografia il non umano è la macchina. Per indicare questa alterità infatti alcuni hanno parlato di “magia”.
Leonardo Terzo

 

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