Sontag, Arbus e Warhol.

250px-Diane-Arbus-1949Diane Arbus by Allan Arbus

Tramite Arbus, Sontag riflette sul potere della fotografia e del fotografo a cui abbiamo già accennato. Questo potere infatti permette atti “crudeli” e “cattivi”, “senza batter ciglio”. La macchina fotografica è un passaporto che cancella limiti morali e inibizioni sociali, liberando il fotografo da qualsiasi responsabilità. Perché il fotografo, secondo Arbus, non si intromette veramente nella vita delle persone, si limita a visitarla. “Il fotografo è un superturista, un prolungamento dell’antropologo che visita gli indigeni e torna indietro carico di notizie sui loro atti esotici e sui loro bizzarri indumenti. … La visione di Arbus è sempre dall’esterno.” (p. 38)

La dimensione in cui Sontag colloca Arbus si apre con una caratterizzazione psicologica personale della ragazza ebrea beneducata che ha vissuto sempre in un mondo privilegiato e che scopre il mondo dei diseredati, per fotografare i quali abbandona la fotografia di moda a cui si era fino allora dedicata. Ma diventa poi una collocazione sociologica e culturale che è tipica degli interessi rivendicati dai giovani in rivolta negli anni sessanta.

La fotografia di Arbus contrappone la vita come fallimento alla vita come successo. In parte viene paragonata a Warhol, ma priva del distacco più o meno cinico e auto-protettivo di Warhol, per cui non riesce a difendersi veramente dalla mostruosità e dall’orrore.

Tuttavia questo giudizio di Sontag su Arbus e Warhol non si ricava dalla loro vita, anche se la loro vita è appunto così, ma si evince dalle loro opere; non si evince dal suicidio, ma dalla disperazione abituale che Arbus raffigura avvelenandosene, mentre Warhol parodiava nutrendosene.

Sontag vede in Arbus il gusto del grottesco, collegandolo al surrealismo e al dadaismo. Secondo me non è così. Il contatto col dada si può al massimo collegare al fatto che la fotografia per sua natura non inventa nulla, ed è fatta suo malgrado di objets trouvés che il fotografo si limita, appunto, a fotografare. Il surrealismo invece modifica il senso delle immagini immettendovi una dose di estraneazione artificiale.

Il grottesco di Arbus, a mio parere, è invece carico della mostruosità tragica dipinta da Goya nei Caprichos, e, come quella di Goya, è del tutto storica e vera. La cosa più geniale che Sontag dice delle fotografie di Arbus è che “I soggetti delle fotografie di Arbus sono tutti membri di una stessa famiglia, abitanti di un unico villaggio. Solo che, per combinazione, questo villaggio di idioti è l’America” (p. 42).

 

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