Il reportage e la necessità del caso.

 

W4Emporio Porpora, Diva in fuga, 2010

Se l’evento del reportage non dipende dal fotografo, il fotografo tuttavia deve avere il famoso “fiuto” per intuire ciò che sta accadendo e porsi nelle condizioni di esserne testimone visivo. Questo fiuto che si concretizzerà nell’evidenza delle immagini è un lavoro mentale che interpreta le circostanze della realtà prevedendole in qualche misura, e le manifesta poi in termini di narrazione e didascalie a supporto delle immagini. Così il lavoro del reporter è fondato su una conoscenza che verrà corroborata dalle immagini, ma che è intellettuale: sociale e di specifica attualità storica. Si tratta di idee e azioni che le immagini certificano, e che il testo narra e spiega.

Le fotografie in questo impiego possono paragonarsi a tutti i reperti storici, documentali o materiali. E questa funzione, che potremmo chiamare cronotopica (concetto bachtiniano che coagula tempo e spazio intorno all’evento di cui diviene l’involucro), è svolta dalla fotografia non per articolazione discorsiva, bensì per pura evidenza, un’evidenza la cui forza deve infatti normalizzare l’eccezionalità o singolarità dell’istante, inserendola nella plausibilità delle attese. Il divenire però ha il compito di smuovere gli stati di fatto che la fotografia invece fissa, pur senza negarli.

Lo storico non può che usare ciò che c’è, e il fotografo del reportage è uno storico della contemporaneità ancor più aleatorio del giornalista, che a sua volta deve scrivere ogni giorno una cronaca dei fatti e la loro interpretazione. Il fiuto del fotografo deve in un certo senso interpretare le circostanze a priori invece che a posteriori, e quando manca l’interpretazione questo vuoto spinge a fotografare tutto.

La ripresa televisiva, che per alcuni toglie senso al reportage fotografico, di fatto, supera la fotografia solo tecnicamente, ma a priori necessita del fiuto come per il fotografo, e questo è un requisito che non dipende dal mezzo. Poiché tutto il senso e il valore della fotografia, come si è detto e ripetuto, sta nella scelta della porzione di mondo da fotografare, l’autore del reportage deve automatizzare con l’esperienza la comprensione della necessità del caso, ciò che Cartier-Bresson chiama “il riconoscimento di un ritmo del mondo”.

Il fotogiornalista diventa perciò l’operatore più autentico di tutte le funzionalità del mezzo, perché nel suo lavoro la scelta del tempo è più sintomatica della scelta dello spazio. Nel reportage lo spazio diventa movimento, che però la fotografia non può letteralmente riprodurre se non sotto forma di “equilibrio”. L’equilibrio è una cosa instabile e la sua instabilità è ciò che dà significato all’immagine il cui compito è raccontare.

Anche nel reportage vi è una certa arbitrarietà nello scegliere il momento giusto e la situazione davvero significativa, insomma il punto di equilibrio che fissa il movimento tra essere e divenire. E poiché nella cronaca il movimento è dovunque e ininterrotto, c’è un margine compatibile di scelta. Tuttavia alla fine bisogna dimostrare che qualcosa è successo e la fotografia ce lo deve far vedere. Perché quello che interessa non è deciso dal fotografo, ma dai protagonisti dei fatti.
Lreonardo Terzo

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