Fotografia e pittura: Gursky e Rothko.

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Senza per questo approvare il prezzo pagato per la fotografia più costosa del mondo (finora), 4,3 milioni di dollari, trovo la fotografia di Andreas Gursky, Rhein III, 1999, molto bella, e cerco di capire perché. Credo che l’aspetto principale sia il passaggio dall’oggettività del fiume Reno, che è indubbiamente un fiume e nient’altro, all’uniformità astratta del paesaggio, costituito da alcune (quattro o sei) fasce orizzontali di tre colori base: cielo, terra, acqua.

Il paesaggio naturale e reale diventa simile ad un quadro di Rothko, cioè un’estensione di colore piuttosto uniforme, sebbene non ancora monocromo, ma già sulla via di una semplificazione monocromatica, che come si sa mira all’essenza della pittura.

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Questo suggerisce che Gursky, consciamente o meno, sia avviato nello stesso senso, cioè verso un’essenzialità, non più artistica, ovvero artificiosa, ma naturale, perché è un paesaggio naturale a realizzarla. E nello stesso tempo dia una prova drammaticamente perfetta di come mostrare tutto il vero senza complicazione.

Non ha nessuna importanza però se Gursky volesse fare davvero questo, se sia stato il suo occhio o il suo intuito a prendere la decisione di scattare, oppure abbia trovato e scelto un risultato dell’obbiettività dell’obbiettivo meccanico a posteriori. A posteriori, come ripeto spesso per ogni arte, ogni lettore è un autore, come lo sono io nel momento in cui individuo in quella immagine la plausibilità di queste osservazioni.

rothko-2A differenza di Barthes, preferisco credere che non ci sia differenza tra lo “studio” e il “punto”, e preferisco attribuire all’autore originario la capacità e la volontà di provocare in me questa reazione interpretativa ad una capacità diffusa di pungere.

Leonardo Terzo

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