Che cos’è la critica 2. La critica come ermeneutica.


Leonardo Terzo, Tate Modern Inside, 2010

La critica riguarda le arti, ma l’interpretazione è applicata di necessità ad ogni messaggio anche non artistico e letterario, perciò l’interpretazione è una pratica preesistente al formarsi dell’idea di arte come sfera autonoma, preesistente cioè a quella concezione che separa la funzione estetica dalle altre, e in primo luogo da quella referenziale. La critica letteraria quindi, per quanto riguarda l’interpretazione, deriva i suoi metodi dall’ermeneutica di altri testi, per esempio dall’esegesi dei testi sacri, e in generale non è diversa da ogni altro processo di comprensione del mondo, se non a causa della peculiarità del suo oggetto, costituito dai prodotti dell’immaginazione creativa, cioè le opere d’arte.

Interpretare e capire sono termini che significano e comprendono una vasta gamma di operazioni per mezzo delle quali, come individui appartenenti ad una comunità culturale, ci mettiamo in relazione alle cose da capire. Per esempio capire può significare essere capaci di descrivere le parti di un testo e il loro modo di integrarsi per ottenere certi effetti in senso retorico, semantico, etico, emotivo, o pragmatico, presso un uditorio universale o particolare e specifico. Si ritiene però che i vari interpreti possano, e anzi debbano, cercare di convergere sulla realtà materiale del testo. Quindi l’interpretazione è, almeno idealmente, un’attività centripeta verso l’oggetto da interpretare. Esempio: molti consultano l’orario ferroviario e prendono il treno, meno alcuni che hanno letto e capito male l’orario e quindi non riescono a prendere il treno. Però, anche se non ci sono riusciti, il loro scopo era di prendere il treno come gli altri. Quindi anche se un critico fraintende il significato di un’opera letteraria, il suo scopo era quello di capirla. E dunque anche le interpretazioni più diverse e contraddittorie hanno lo scopo di trovare un senso condivisibile e non il contrario. 

Il passaggio dall’ermeneutica biblica, o di altro tipo, all’individuazione di criteri e metodi interpretativi più generali, applicabili ad ogni oggetto, fatto o fenomeno della vita sociale visto come testo di carattere culturale (da Spinoza a Matthew Arnold, a Roland Barthes) è un effetto dell’impulso scientifico e politico affermatosi con l’illuminismo e la modernità. Ma ancor prima ha origine nella concezione protestante di libertà di coscienza nell’interpretazione dei testi sacri. La comprensione diventa così un’attività aperta e sperimentale di pari passo allo sviluppo sia della scienza sia della libertà politica e morale, per cui la libertà di interpretazione, e quindi di critica, fa parte dei diritti umani.

Questo orientamento democratico della critica intesa in senso moderno si oppone intrinsecamente alla tradizione in cui una casta sacerdotale aveva la funzione di preservare e custodire segretamente e dogmaticamente i principi del sapere. Il sapere era allora insieme religioso e scientifico, per esempio la matematica apparteneva ai misteri sacri. La funzione di casta degli intellettuali ovviamente varia attraverso le epoche e va dai sacerdoti agli sciamani, dagli intellettuali organici agli intellettuali come ceto che si ritiene autonomo, dagli intellettuali impegnati agli intellettuali che si ritengono al di sopra delle parti come funzionari dell’universalità. Resta il fatto che l’egemonia intellettuale, nelle democrazie, si basa sulla discussione e si ottiene con il convincimento, laddove nelle società autoritarie si basa sui dogmi e sull’imposizione o, più modernamente, sul monopolio o l’oligopolio dei mezzi di comunicazione di massa.

Il diritto di dissentire non ha però nulla a che fare col fatto che l’arte sia finzione e non realtà. Di solito si dice che dove non c’è separazione tra stato e chiesa, come ora è il caso del fondamentalismo arabo, per le vignette blasfeme, oppure anni fa per la condanna a morte di Salman Rushdie per il romanzo The Satanic Verses, non si riesce a far capire che l’arte è un ambito a parte, che quindi non deve essere sottoposto a sanzioni di tipo giuridico. Ma la libertà di pensiero non può essere riservata all’arte. La libertà di pensiero o c’è o non c’è in qualsiasi ambito. Di fatto di solito è più o meno limitata. In tutti i paesi ci sono limiti alla libertà di insultare, o di esaltare comportamenti delittuosi. In Italia c’è per esempio il reato di apologia di reato, oppure il reato di ricostituzione del partito fascista, che in pratica non vengono poi fatti rispettare. Oppure ci sono leggi contro la pornografia, ma non tutta, solo quella pedofila. Ma appunto il fatto che una cosa vietata sia messa in un romanzo non può essere una scappatoia. Un’opinione non dovrebbe essere un reato, non perché è espressa in un’opera d’arte, ma in ogni caso. Ma questo dipende dal consenso della comunità. Se in una comunità araba tutti sono d’accordo che non si può scherzare su Allah, non si devono bere e vendere alcolici (come da noi non si deve spacciare la droga), mi sembra giusto regolarsi di conseguenza. Ogni comunità ha diritto di decidere per sé. Non per gli altri però, e dovrebbe valere il diritto territoriale, per cui non devo essere condannato in Arabia se bevo alcolici in Italia, o se prendo in giro Allah in Danimarca. 

Diverso è il discorso sulla eguaglianza dei cittadini e sulla laicità dello stato di fronte a tutte le religioni. Per cui hanno ragione coloro che vorrebbero i loro simboli ebraici o islamici insieme al crocifisso. Ma poi ci sono gli atei e non si capisce perché essi negli uffici dello Stato devono subire l’esposizione di simboli religiosi che non c’entrano con la funzione pubblica. La recente sentenza del Consiglio di Stato che conferma l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche rimarrà come una vergogna per il diritto italiano. Perché quella sentenza è chiaramente falsa e ipocrita. Per conservare il crocefisso doveva dire che era il simbolo religioso di tutti gli italiani. Il che non è vero e quindi non lo ha potuto dire. Infatti la legge garantisce la laicità dello stato. E allora hanno trovato una soluzione peggiore, hanno detto che il crocifisso può rimanere perché non è un simbolo religioso, ma un simbolo di tolleranza generale che esprime i valori dell’intera nazione. Questo è un piccolo sopruso, che di per sé dimostra il contrario di quanto dice la sentenza, appunto perché è una dimostrazione di intolleranza di fronte ai diritti degli atei. Infatti in nome della religione che quel crocifisso simboleggia sono stati bruciati Giordano Bruno, Girolamo Savonarola e tanti altri, e altri ancora sono stati impiccati fino all’800, cioè finché la chiesa non ha perso il potere temporale. Se non avesse perso il potere temporale probabilmente si regolerebbe ancora oggi come gli stati arabi.

Riguardo alla natura della finzione, la dimensione immaginaria dell’arte non deve essere usata come scusa per far accettare la pornografia o qualsiasi altro contenuto contrario alla legge. La pornografia di per sé è un’arte applicata e quindi in teoria dovrebbe sempre essere giustificata, cosa di per sé non sostenibile, almeno finché la società italiana non l’accetta.

D’altra parte i metodi di interpretazione sono essi stessi avversati o promossi per interessi di politica culturale. Per esempio l’autonomia dell’estetica conduce al close reading, che diventa una metodologia utile ai New Critics americani per sganciare l’arte letteraria da immediati riferimenti al determinismo storicistico, negli anni Trenta facilmente utilizzata per una politica culturale liberale o socialmente impegnata, ma che in teoria poteva essere egualmente utilizzata per scopi reazionari. L’ambiguità ironica, considerata dai New Critics l’essenza della poesia, rendeva la critica più esposta ad una sorta di mistica anti-ideologica al di sopra delle classi e di nuovo affine alla tipologia biblica, ma soprattutto a conferma della dottrina dell’indipendenza del ceto intellettuale e artistico da interessi di classe.

Tuttavia i New Critics ritenevano di svolgere anche una funzione pedagogica, che metteva a disposizione di tutti gli strumenti interpretativi della critica. Il formalismo però in quel momento di fatto allontanava temporaneamente i giudizi sulla poesia dal suo contenuto sociale, e le dava un contenuto filosofico speculativo, orientato sull’elaborazione linguistica, non più immediatamente accessibile all’attualità politica. Il valore della poesia non era più individuato nelle tesi sostenute, ma nella polisemia o tensione tra molteplici significati. Ma sebbene i New Critics tendessero ad una mistica della poesia che la voleva quasi affine alla religione, la critica per loro era esplicativa, e infatti William Empson, che in Inghilterra applicava gli stessi metodi di analisi ravvicinata, metteva razionalisticamente a confronto la gamma più vasta possibile di interpretazioni. La politica della critica formalistica allargava comunque la gamma delle interpretazioni e rendeva più sottili gli strumenti interpretativi. Tali strumenti infatti possono essere usati al servizio di tesi diverse e in conflitto tra loro dal punto di vista ideologico, come hanno fatto poi effettivamente lo strutturalismo, il post-strutturalismo e la critica culturale. 

Corollario di questa politica fu comunque a suo tempo la svalutazione di Milton e la rivalutazione di John Donne e dei poeti metafisici. Ma Milton, sebbene protestante e antidogmatico, usava la poesia pur sempre per propagandare il mito cristiano, mentre i metafisici, sebbene scegliessero anche temi religiosi, portavano nella poesia tutta l’apertura speculativa connaturata alla rivoluzione scientifica del Rinascimento e del ‘600. Come si vede il rapporto tra arte, storia e cultura è sempre molto complesso e multiforme.

Così dunque i New Critics, nonostante fossero cristiani e reazionari del Sud, hanno dato un contributo fondamentale alla critica e all’analisi della letteratura, affiancati appunto da William Empson, che in politica era addirittura su posizioni molto radicali o addirittura marxiste, e da I. A. Richards, i cui metodi hanno un fondamento empirico-positivista. Questi tre centri promotori della critica sono l’esempio che, pur partendo da presupposti ideologici diversi, tutti e tre hanno contribuito insieme alla stessa impresa di edificare un patrimonio metodologico a disposizione di tutti coloro che vogliono usarlo. La stessa cosa vale per Northrop Frye, per la critica della ricezione ecc. Ogni nuova proposta metodologica va accolta con interesse e insieme vagliata rigorosamente, perché eventualmente, anche sbagliando, può illuminare su aspetti non ancora indagati o addirittura non ancora concepiti dell’arte letteraria.

In effetti i problemi di interpretazione riguardano l’ontologia della finzione, e sorgono dallo spostamento della letteratura in un’area specifica, dove opererebbe in un modo che si pone in una relazione peculiare rispetto ai discorsi referenziali. Il linguaggio referenziale parla direttamente del mondo, mentre la letteratura parla del mondo solo attraverso la retoricità o formalizzazione del materiale linguistico. La finzione è mimesi solo a distanza o indirettamente, e tuttavia non può essere del tutto autonoma dalla realtà o dagli altri modi di intendere la realtà dal punto di vista dell’etica e della politica. Lo specifico del messaggio estetico consiste nel mettere in evidenzia il significato della forma sensibile, che condiziona il contenuto parafrasabile in modo determinante (per fare un esempio banale: la scelta di una parola invece di un’altra può essere determinata dal fatto che debba fare rima con una parola precedente, o debba rientrare nei parametri metrici), e tuttavia un contenuto mimetico non viene meno per questo, seppur significato attraverso figure, simboli, ritmi, allitterazioni, strofe e invenzioni di ogni genere. Da un lato è finzione anche il realismo, il cui intento si avvicina massimamente al protocollo di un’operazione scientifica, alla parabola pedagogica o alla favola filosofica, dall’altro anche la poesia più simbolista, evocativa e astratta è presentazione e rappresentazione di un modo di considerare e giudicare la realtà. Il significato della letteratura è sempre il rapporto tra il mondo dentro di essa e il mondo fuori di essa, che nella teoria inglese si proietta nel rapporto tra il romance, che è meno interessato al mondo di fuori, e il novel, che invece vuole assomigliare al mondo di fuori.

La realtà stessa, o meglio il linguaggio che significa la realtà, ha tanti aspetti simbolici e formali, e la poesia non fa che utilizzare queste potenzialità del trattamento della comunicazione, ponendole al centro della sua attenzione. Si tratta semplicemente del fatto di porre in primo piano appunto la funzione autoriflessiva o creativa o inventiva del linguaggio, lasciando in posizione secondaria le altre funzioni linguistiche. I New Critics e in generale i formalisti privilegiano la poesia per la sottigliezza delle sue significazioni, che essi ritengono più acute di altri tipi di discorso. Assimilabili a questa sono tutte le teorie romantiche del poeta come vero legislatore del mondo o visionario, o funzionario dell’utopia, che si perpetuano nella visione della poesia stessa come attività salvifica, in varie esemplificazioni: dalla poetica del genere pastorale fino alla filosofia della differenza. Quest’ultima definisce differenza tutto ciò che si sottrarrebbe al mercato, al razionalismo nella sua riduzione strumentale; tutto ciò che si sottrae al mondo dominato dalla sociologia, che non prende più in considerazione la persona concreta, ma categorie tassonomiche di umanità; tutto ciò che si sottrae all’uomo prigioniero della tecnica e della tecnologia fino alla teoria del postumano. 

Le posizioni estreme sono quelle per cui la poesia (l’arte) non è parafrasabile, e quelle per cui invece essa non è diversa da ogni altro discorso. Inoltre ci sono coloro che proiettano la dimensione inventiva (fictional) della letteratura su tutti gli altri discorsi, compresi quelli della filosofia, della politica e della scienza, per cui le teorie filosofiche e scientifiche che cercano di interpretare e descrivere il mondo vengono definite “narrazioni”, e considerate altrettanto irreali quanto la poesia.

Qui si inserisce l’idea che l’ideologia determina ogni discorso e quindi ogni tesi è il prodotto di una visione interessata o falsa coscienza, e quindi qui si innesta quel tipo di critica chiamata “culturale”, che si prefigge di mettere in evidenza questa falsità e i presupposti ideologici presenti in ogni opera letteraria, con lo scopo di smascherare l’intento egemonico ed oppressivo che la produce e si nasconde nella sua finta naturalezza.
(continua)

Leonardo Terzo

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