Sul “significato della vita”


Affresco di Pompei

Il significato della vita 1.

Il “significato della vita” va inteso come uguale per tutti?

Ci sono due atteggiamenti possibili in proposito. Dipende se la vita è solo vegetale o invece è la vita umana. (Mentre quella animale la lasciamo a metà strada tra le due.) Il primo è l’atteggiamento che della vita coglie il significato neuronale e per così dire scientifico: riguarda i meccanismi di percezione, acquisizione e reazione che collegano il cervello ai comportamenti volontari. E non ai comportamenti meccanici, come provare dolore se si sbatte la testa contro uno spigolo.

Il problema di un comportamento volontario, cioè cosciente, può essere: cosa provoca il senso di smarrimento che ci coglie quando le nostre azioni in borsa si sono svalutate del 50%? La reazione è emozionale, ma per provocare quella reazione bisogna che la notizia della svalutazione sia stata appresa, trasformata in impulsi giunti al cervello che li valuta e li rimanda come smarrimento sentimentale alla coscienza. Ma questo meccanismo neuronale di apprendimento e reazione non è solo meccanico. Implica invece una valutazione sull’importanza e il significato che diamo alla perdita del valore delle nostre azioni in borsa. Cosa provoca lo smarrimento? O al contrario eventualmente l’indifferenza, perché del valore delle azioni non mi importa nulla? Allora il fatto che un messaggio passi dalle orecchie al cervello non è un fatto che serve a capire il significato della vita. O meglio serve a capire il significato della vita, se la vita è intesa come vita “vegetale”, che trasforma l’informazione, cioè la conoscenza stessa, che sarebbe già coscienza, in semplice assimilazione gnoseologica, ma senza significato “valoriale”.

Il mio parere è ovviamente quello umanistico, per cui il funzionamento del cervello è un significato della vita meramente meccanico vegetale, mentre quando si parla di “significato della vita” si intende un insieme di valori, del tutto arbitrario, che si aggiunge a quello meccanico e fisiologico, per cui non ci può essere un unico “significato della vita” uguale per tutti.

 

Il significato della vita 2.

Il significato della vita è un’espressione equivoca. Perché il significato è una proprietà dei segni e dei segnali come una parola o un divieto di sosta. Le cose invece sono, ma non significano. Infatti la “vita” è qualcosa di astratto; non è una cosa in sé, ma una proprietà degli organismi viventi, che sono invece concreti.

Inoltre il significato è qualcosa che si attribuisce alle parole, ed eventualmente per traslato alle cose, da parte di qualcuno, per esempio gli uomini. Quindi un significato è un atteggiamento umano verso qualcosa. Allora il significato della vita può essere solo una reazione di qualche tipo degli uomini verso qualcosa che a sua volta è un organismo vivente. Siccome gli uomini sono organismi viventi, il significato della vita è la reazione intellettuale ed emotiva degli uomini verso questa particolare condizione che essi condividono con tutti gli altri viventi.

Le amebe sono viventi come i primati e gli uomini. Le amebe probabilmente non hanno nessun atteggiamento verso la loro condizione di viventi, se non la pulsione, probabilmente non cosciente, a perpetuare tale condizione. Questa pulsione è condivisa da tutti i viventi, ma non è ancora ciò che si intende come significato della vita.

I primati, e in genere gli animali superiori, hanno invece un atteggiamento consapevole verso la volontà di vivere: lo si vede quando, come si è visto varie volte di recente, una madre di orango o di altro primate esprime la sua sofferenza accanto al corpo della propria creatura morta. Questo atteggiamento consapevole è l’elaborazione superiore che negli umani chiamiamo coscienza, ma non muta, né incrementa in senso diverso, il suo significato.

Si può dire allora che il significato della vita, inteso appunto in senso traslato, perché è una reazione istintiva basilare, è la tendenza a mantenere e continuare la condizione di vivente. Le spiegazioni di tale tendenza possono divagare nelle più varie direzioni, ma non aggiungono nulla di necessario al “significato della vita”.

In effetti questa seconda riflessione sul significato della vita è diversa dalla prima, in cui dicevo che il significato della vita “vegetale” è uguale per tutti, ma che quando gli uomini-filosofi parlano di “significato della vita” intendono qualcosa in più. Ci sono appunto due modi di intendere quell’espressione equivoca. Quella “solo” vegetale ora mi sembra l’unica condivisibile da tutti i viventi, dall’ameba all’uomo. La seconda sarebbe un passo oltre, cioè: non basta continuare a vivere. Ma allora l’espressione “il significato della vita” (discusso dagli uomini-filosofi) cambia senso. Questo secondo senso sarebbe il valore particolare che ognuno sceglie di dare alla meta del proprio vivere. A questo punto però tutti i valori proposti possono essere più o meno nobili o ignobili, ma non sono necessari alla definizione. L’unico significato necessario è la sopravvivenza, che poi ognuno modella e fantastica a modo suo.

 

Il significato della vita 3.

Le speculazioni sul significato della vita sono derivate da un articolo sulla possibilità o meno di distinguere e individuare diversità o identità tra attività del cervello e coscienza. La prima intesa come funzionamento fisiologico di carattere meccanico e corporeo, e la seconda intesa come consapevolezza di questa attività neuronale come attività di un altro tipo, che non saprei definire propriamente, se non approssimativamente come “spirituale”.

Tutto nasce dalla riflessione che se la coscienza è meccanica come ogni attività neuronale, si potrebbero costruire delle macchine che, incarnando l’intelligenza artificiale, non sono distinguibili dagli uomini come portatori di coscienza umana. Forse tutto deriva dalla vita stessa che potrebbe contenere sin dall’inizio, per il fatto di vivere, anche nell’ameba, la spinta a procrearsi in modi sempre più funzionali, cioè con sempre maggiori funzioni, una delle quali da un certo punto in poi diventerebbe quella di “riconoscersi”, cioè acquisire la capacità di percepire e pensare se stessi sulla base di una divisione speculare. Io sono e so anche pensare ciò che sono. Potrebbe essere l’applicazione a se stessi del rapporto tra ciò che sono e ciò che non sono, cioè il mondo circostante in cui la mia esistenza è collocata o si trova.

Potrebbe essere anche il fatto che la differenza tra vita e mondo è già un dialogo, perché avere coscienza di sé implica la consapevolezza che qualcos’altro non sono io. Il primo rapporto col mondo è il nutrirsi del mondo, cioè mangiare per sopravvivere, materialmente e poi cognitivamente. La cognizione e la coscienza sarebbero la spinta organica a inglobare e quindi ad identificarsi col mondo, perché una volta iniziato, il processo della consapevolezza tenderebbe a riprodursi al di là della morte del singolo individuo.

 

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