Ciò che Abu Ghraib ha insegnato alla comunicazione (e all’Isis)

Pornografia e Abu Ghraib (Leonardo Terzo, 12 giugno 2004)

Ripubblico un testo del 2004 sempre d’attualità per le riflessioni sull’effetto dei media.

Premesso che nessuno al mondo crede davvero che la guerra di Bush in Irak sia stata fatta per portare in quel paese la democrazia, ma tutti sanno che è stata fatta per affermare il dominio degli Stati Uniti in una zona strategica per la dislocazione delle risorse energetiche mondiali, come interpretare il significato e la funzione delle fotografie e dei filmati che ritraggono le torture inflitte ai detenuti irakeni ad Abu Ghraib?

Tra le altre osservazioni, di diversi commentatori, fra cui Susan Sontag sul Guardian del 24 maggio 2004, sono stati fatti dei paragoni con le immagini della pornografia. La questione infatti in questo caso non riguarda la natura e l’uso della tortura, facilmente spiegabile con la consueta crudeltà che accompagna le guerre, le occupazioni e le repressioni politiche, bensì le ragioni che inducono i torturatori a documentare la loro crudeltà, immortalandola in foto ricordo da conservare in CD, che hanno sostituito gli appositi album di una volta, ed eventualmente da mostrare ai conoscenti insieme ai filmini e ad altri cimeli riportati in patria.

(Non a caso la prima cosa che la polizia fece a Genova in occasione del G8 del 2000, durante l’irruzione negli acquartieramenti dei pacifisti, fu la distruzione di tutti i computer e gli strumenti di registrazione e documentazione dei manifestanti.)

Il legame con la pornografia emerge comunque per due ragioni. La prima è che le vittime sono ritratte nude e obbligate a subire, insieme alle altre torture, anche violenze di carattere sessuale; la seconda è che la rivelazione di pratiche consuete, ma ignorate e destinate a rimanere nella clandestinità, riproduce il meccanismo della fruizione pornografica. Questo è infatti fondato appunto sulla pubblicazione, nel senso proprio di portare al pubblico (un tempo in circoli ristretti e fuori legge e ora invece dilagante in molti ambiti, dai massmedia alla pubblicità), ciò che non si dovrebbe vedere per opportune ragioni di decenza, benché tutti sappiano che cosa siano gli atti privati che costituiscono il contenuto della pornografia.

Allo stesso modo tutti sanno che nei luoghi di reclusione, sia in guerra che in pace, avvengono maltrattamenti ai detenuti, spesso fino alla morte, invano denunciati dalla Croce Rossa e da Amnesty International, ma ciò deve rimanere relegato nella consapevolezza dei corpi speciali e dei servizi segreti, per cui, quando le foto che documentano questi fatti diventano pubbliche, si finge di scandalizzarsi, o si è davvero scandalizzati, ma non tanto per le torture stesse, quanto per la loro comparsa fuori dalla clandestinità, come appunto succede, o succedeva, per la pornografia.

Nelle prigioni, e in tutti quei luoghi un tempo definiti “istituzioni totali”, la detenzione del potere assoluto spinge inevitabilmente a violare i diritti umani più elementari di coloro a cui tali diritti (di fatto o addirittura di diritto, appunto, come a Guantanamo), sono stati tolti. I torturatori non sono esseri particolarmente cattivi o aggressivi, sono semplicemente persone messe nella posizione di commettere impunemente i loro crimini. Se in teoria il potere assoluto può essere esercitato sia nel bene sia nel male, l’esperienza dimostra invece che viene sempre esercitato per finalità distruttive.

C’è poi la patologia ontologica, tipica del mondo contemporaneo, di considerare reale un’esperienza solo se viene rappresentata. Infatti le varie stragi che avvengono “normalmente” in varie parti del mondo, per esempio in Africa, “non esistono”, perché non suscitano l’interesse dei governi occidentali e quindi non vengono documentate dai  mass media. La realtà rappresentata può comparire direttamente sugli schermi delle televisioni mondiali, o indirettamente sugli schermi di quella televisione “fai da te”, permessa dal videoregistratore, proprio come la pornografia fatta in casa. Ecco dunque motivato lo scrupolo documentario dei torturatori, che non vogliono lasciar cadere fuori dalla realtà un’esperienza per loro così eccitante e significativa come quella del dominio assoluto sui prigionieri, culminante nell’esercizio del sadismo sessuale.

Questo è poi anche l’effetto del nuovo regime della comunicazione, permesso dagli sviluppi tecnologici, per cui la registrazione dei fatti di cronaca, che poi diventano fatti storici, non è più fatta solo dai giornalisti e da altri addetti ai lavori, ma da chiunque finisca per trovarsi al centro o ai margini degli eventi “notiziabili”, cioè suscettibili di diventare notizia ed essere commercializzati, come notizia o come souvenir pornografico.

Questo regime talvolta viene esaltato come democrazia dei media, altre volte viene deplorato perché induce alla confusione tra realtà e finzione, ma anche alla convergenza di pornografia e reality show. In effetti la real tv spinge gli pseudo attori a recitare scene pornografiche, ma ha dimostrato che si può osservare con un atteggiamento pornografico anche l’atto più banale e quotidiano, purché spiato da una telecamera.

In ogni modo, anche in questo si vede la differenza tra i privilegiati, dotati dei mezzi di registrazione e quindi di “produzione” della loro realtà, e i paesi come l’Africa, che non possono permettersi di esistere, perché non hanno i mezzi per rappresentarsi.

Infine occorre dire che le immagini visive in quanto tali, messe sotto accusa per tutto il secolo scorso dalla sociologia critica, per la loro capacità di impressionare i sensi e agire sull’emotività dei fruitori, a detrimento dello stimolo raziocinante esercitato dalla parola, sembrano in questo caso aver conseguito presso un pubblico mondiale quell’effetto che tanti documenti di denuncia di Amnesty International non erano riusciti ad ottenere. Ancora una volta i mezzi sono mezzi, la loro efficacia permane ed è a disposizione di tutti, ma la loro finalità dipende sempre da chi li usa.

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