Essere “e” non essere: la poetica fotografica del levare

Street High 1

Questa mostra vuole attirare l’attenzione sull’interconnessione fra alcuni elementi tecnici ed alcuni elementi di poetica (cioè di scelta estetica) intrinseci alla fotografia.

Gli elementi tecnici riguardano il variare del risultato che si produce tagliando o ampliando la scena inquadrata, in un momento successivo allo scatto, quando si stampa e si pubblica la fotografia.

Gli elementi di poetica riguardano invece la disposizione formale che si ottiene lasciando o escludendo quello che nella fotografia si vede, o non si vede più per effetto della riduzione.

Il fotografo sceglie una parte di spazio in un momento nel tempo. Questa scelta è già appunto un modo di ritagliare dall’orizzonte del mondo reale, che tutti possono vedere a occhio nudo, qualcosa su cui l’operatore intende attirare l’attenzione. Questo appello a osservare con più attenzione ciò che si fa vedere è lo scopo innato della fotografia.

Street High 2

Qui le fotografie sono presentate in sequenza, partendo dall’inquadratura più ravvicinata e poi allargandosi in modo più o meno ampio. Questo per attirare l’attenzione su un requisito essenziale della ripresa fotografica, che è implicito in tutte le fotografie.

Questo modo di agire del fotografo, cioè le sue scelte, in realtà non appartiene solo a lui, ma è il modo di agire che tutti abbiamo in tutti i momenti della vita e ha un significato filosofico.

Nel mondo premoderno l’umanità aveva un’idea precisa del significato della vita, perché era indicato dalla religione e dalle sacre scritture. L’uomo sapeva di essere stato creato da Dio su questa terra, e sulla terra la sua vita era paragonata ad un viaggio in una valle più o meno di lacrime, ma poi con la morte fisica avrebbe iniziato la sua vera vita nell’aldilà. Così aveva una precisa idea di sé e di qual era il suo destino. Sapeva non solo “che era”, ma anche “che cosa” era. Aveva non solo un’esistenza, ma anche un’essenza.

Nel mondo moderno invece l’uomo ha un’esistenza, ma non un’essenza: sa che esiste, ma non sa a priori come e perché. La sua essenza deve costruirsela giorno per giorno con le scelte della sua vita. Questa è la filosofia dell’esistenzialismo, come la spiega Sartre nel saggio “Che cos’è l’esistenzialismo”. L’uomo, scagliato nel mondo, deve fare se stesso attraverso le scelte che fa ogni giorno.

Il fotografo sceglie in ogni scatto quella parte di mondo e di tempo a cui vuole dare un significato, da proporre poi agli interessi dell’osservatore.

Io chiamo questo processo esistenziale: “la poetica del mettere e del levare”, perché ogni fotografo, dallo scatto alla pubblicazione, più o meno coscientemente, si pone sempre queste due domande. Che cosa fotografo? E di ciò che si vede nell’immagine lascio tutto o levo qualcosa? Io presento qui delle sequenze di immagini che illustrano questo procedimento.

Passando in sequenza dall’inquadratura più stretta a quella più ampia, di solito succedono alcune cose. Nel contesto nuovo, l’interesse per il particolare iniziale si attenua, e da un lato siamo spesso sorpresi, perché non immaginavamo che tale contesto fosse così “diverso”. Dall’altro modifichiamo anche la precedente interpretazione della prima inquadratura, confrontandola con le nuove cose che ora vediamo intorno.

Street High 3

La prima immagine in realtà è l’ultima, ottenuta restringendo sempre di più il campo visivo delle cose fotografate. Questo appunto perché l’ampliarsi della visione contestualizza in modo nuovo ciò che prima era più limitato.

Di solito il fotografo, o chi sceglie le fotografie da pubblicare, decide qual è l’inquadratura più interessante, e solo in casi particolari si mostrano tutte le varie prospettive, per lo più nelle foto di cronaca. Quando invece la fotografia aspira ad essere d’arte si privilegia una o poche prospettive e si scartano le altre. Questa è la tecnica che io chiamo “del levare”, termine derivato dal solfeggio nella lettura degli spartiti musicali.

Gli esempi mostrano che l’esercizio del levare può essere anche molto incisivo.

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