La diversità culturale e i problemi dell’arte

obnoxious-liberalsJean-Michel Basquiat, Obnoxious Liberals

Le diversità culturali di razza, sesso e classe sociale, producono ciascuna i propri valori e la propria estetica. Il problema è se tali diversità devono rimanere separate e fruire ciascuna della propria produzione estetica, oppure se devono cercare di amalgamarsi con le altre culture, apprezzando ciascuna le opere altrui, anche a causa della compresenza nelle stesse regioni e nazioni. Questi interrogativi appaiono ancor più attuali allorché il superamento tecnologico delle barriere trasforma gli ambienti geografici in spazi informativi.

Nonostante l’effettiva o presunta parità di diritti civili, le discriminazioni culturali persistono, e di solito sono i gruppi privilegiati a voler mantenere differenze e separazioni. Tuttavia le discriminazioni culturali ed estetiche sono le prime ad essere tendenzialmente superate rispetto a quelle economiche e sociali. Ciò comporta una serie di problemi di politica culturale che emergono proprio quando tale politica cerca di promuovere l’integrazione.

Se alcune produzioni culturali sono proprie di specifici gruppi sociali, perché gli altri dovrebbero condividerle o semplicemente occuparsene? La risposta a questo e in sostanza a tutti gli interrogativi di questo tipo, sta proprio nella “natura” della cultura. Quali che siano le condizioni antropologiche, economiche e di sviluppo civile, la cultura è quella parte di esse che per sua natura consiste nella capacità di comunicazione e diffusione. La cultura è tale perché è condivisa e condivisibile con tutti, anche se inizialmente fosse condivisa di fatto solo da una tribù amazzonica o di frequentatori di un bar di New York.

Di fatto non riusciremo mai a condividere tutte le culture esistenti sulla terra, ma nessuna di esse è inaccessibile se vogliamo farlo. Gli ostacoli sono infatti politici ed economici e niente affatto scientifici o pratici. Molti ostacoli attengono proprio alla funzione della cultura come distinzione e appartenenza alla soggettività umana e sociale. E alla difficoltà di far coesistere, nella concezione stessa di arte e di cultura, il senso parziale e quello universale degli elementi culturali.

Io sono umano e quindi sullo stesso piano degli aborigeni australiani, ma sono anche milanese e con una frequentazione dei miei ascendenti napoletani, così che devo condividere tutto ciò che posso con il mio ambiente geografico e sociale, sia delle mie origini che delle mie esperienze storiche e di vita delle generazioni a cui appartengo e di quelle con cui sono stato a contatto.

Non ho avuto contatti concreti con gli aborigeni, ma sono a conoscenza per informazione e studio di alcune cose su di loro. Questo potrebbe già indurmi a interessarmi al senso dei loro tatuaggi e dei loro modi di reagire alla colonizzazione. Di fatto mi interessano più altre cose.

In occasione della sua mostra alla Triennale di Milano, negli anni scorsi, ho scritto alcune note sull’arte di Basquiat. È un caso di artista che supera le discriminazioni sociali e razziali, ma il problema di politica culturale non è se Basquiat sia un caso fortunato o la dimostrazione che a New York e in generale negli Stati Uniti l’arte degli afroamericani sia o non sia discriminata. Per me il problema teorico è se le sue opere vanno considerate riduttivamente etniche, oppure sono quelle che sono, a prescindere dal riconoscimento necessario della dimensione etnica della sua personalità.

Domanda: se un artista vuole sentirsi espressione del suo gruppo di appartenenza, cosa che Basquiat non mi sembra in primo luogo intendesse, cosa comunque in sé lecita o addirittura encomiabile, non si autolimita e si sottrae da sé all’appartenenza al modo universale di integrare l’arte di tutte le culture, le civiltà, le nazioni, e si relega invece nel ghetto della discriminazione?

In realtà ogni artista e il suo pubblico può decidere che fare del suo lavoro. Per alcuni è più importante partecipare alla lotta di emancipazione della propria identità razziale, sessuale o sociale, che essere accolto nella Scuola di Atene, insieme a Socrate, Platone e Aristotele. Ma la risposta giusta forse è quella che mi dava il mio psicanalista quando davamo interpretazioni diverse dello stesso elemento: “l’una cosa non esclude l’altra”.

P.S. Melville diceva: ogni libro deve essere un trovatello.

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