Vecchia “alterità” e nuovo sottoproletariato.

IMG_4040 Migranti alla stazione di Milano, 2015

In tempi di invasioni migratorie epocali, le rivendicazioni dei ceti che subiscono la nuova povertà diffusa all’interno dell’Unione Europea, pur urgenti e inascoltate, impallidiscono di fronte alle vittime del mare e della nuova schiavitù sottoproletaria.

Riprendiamo tuttavia alcune osservazioni sulle possibili politiche culturali derivanti dalla situazione di inizio millennio. E un paradosso dei discorsi sull’Alterità e sulla necessità di integrare l’altro nel mondo condiviso era per esempio il fatto che tali discorsi appaiono articolati in modo specialistico e il lettore non addentro al gergo delle differenze poteva e può sentirsi a sua volta marginalizzato.

La teoria semiotica a partire dalla fine del secolo scorso riteneva che l’emarginazione avvenisse e avvenga nel linguaggio stesso, fissando in esso i significati del potere. Perciò la lotta alla discriminazione va condotta e definita anche in termini di critica agli strumenti delle pratiche culturali.

Il valore universale dei concetti può essere “decostruito”, cioè confutato, quando implica discriminazione, e poi provvisoriamente “restaurato”, quando condivide con gli interlocutori accessibili il potere semantico della loro funzione.

Su queste basi si costruisce la soggettività e il riconoscimento culturale, tenendo conto della corporeità, della razionalità e dell’emotività conscia e inconscia, convergenti nel divenire temporaneo dell’identità.

Questa identità può assumere anche la “durezza” essenzialistica opportuna nelle circostanze. Cioè, dopo aver smascherato il linguaggio del potere, sappiamo chi siamo e cosa vogliamo con le nostre lotte di emancipazione, o di liberazione, o di promozione economica, qui ed ora.

Tuttavia nell’ambito più specificamente culturale e artistico modificare i rapporti di potere è un processo più lento e problematico, perché la comunicazione estetica esige una creatività formale che la semplice promozione sociale e finanziaria non è in grado di garantire in un mercato globale di massa. E del resto l’emancipazione a cui aspirano le minoranze sembra consistere nel desiderio, spesso ormai appagato anche da molti anni, di avere posto a pieno titolo nei programmi e nelle serie televisive di successo.

Quella che un tempo era denominata “cultura alta” non è preclusa a produttori, scrittori, registi ed intellettuali di ogni provenienza sociale, perché la cultura alta stessa ora è un fenomeno minoritario, sempre meno ambito, perché sempre meno influente sulle scelte politiche generali.

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