Avanguardie e primitivismo: regressione creativa e/o creazione regressiva

Il fascino del primitivismo per le avanguardie del ‘900 ha un lato regressivo che consiste nel desiderio di un ritorno al paradiso perduto delle origini e della natura incontaminata. In essa si colloca una fantomatica umanità, egualmente incontaminata e insensatamente “assoluta”.

Proprio il fatto che i cosiddetti popoli primitivi hanno invece una genealogia egualmente lunga e diffusionista significa che, se essi non sono inferiori, non possono essere nemmeno superiori, almeno in base alle direzioni evolutive che le varie popolazioni hanno preso nel tempo.

La regressione immagina di riportare l’uomo civilizzato, corrotto dalla storia, allo stato iniziale, dove vige un’unica condizione universale. Ironicamente il fascino dell’altro sta proprio nella novità e diversità; ed è un ulteriore passo verso la differenziazione e l’accrescimento “civile” tramite inclusione. Di fatto potrebbe essere un’altra modalità del progresso onnivoro e colonizzatore.

L’insostenibilità del progresso è sentita però da chi dal progresso viene emarginato e quindi cerca uno spazio e una rivincita altrove e nell’irrazionale. Ognuno poi fa un uso diverso delle forme primitive, sradicandole dal loro contesto proprio e incompreso, per piegarle alle proprie esigenze.

Per i modernisti il fascino deriva dalla percezione visiva, che appartiene al “significante”, mentre il significato originale è animistico e concettuale e consiste nel cercare la protezione degli antenati. Anche i primitivi dunque fanno un uso pratico e materialistico della cultura. I modernisti occidentali capiscono che l’espressione primitiva si fonda su un’emotività che non è razionale, ma l’animismo non razionale per i primitivi è strumentale come lo è la ragione per gli europei. Come direbbe Polonio nell’Amleto: vi è del metodo in quella irrazionalità.

L’arte primitiva in realtà è un paramento rituale, come per esempio nella liturgia cristiana le stole, le cotte e i piviali, che infatti hanno un valore ornamentale, ma da arte applicata. Anche nella liturgia cristiana indossare i paramenti significa investirsi di un potere concreto, simile a quello conferito dalle maschere dei riti tribali. Nei surrealisti, nei cubisti, nei dadaisti, e poi ancora negli espressionisti, domina il desiderio di investire nelle loro opere una forza prodotta e acquisita tramite un meccanismo feticista.

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Rifare le forme primitive significa recuperare un potere che l’artista occidentale non ha più, e mettere in atto una magia contro gli indirizzi del divenire. Interpretato politicamente questo significa cercare rifugio nel numinoso, una fuga nel passato, una fuga dalla realtà e dalle responsabilità del presente.

Naturalmente i modernisti sono ben intenzionati, pensano di cercare il meglio, di fare il possibile, come dice l’espressionista Hermann Bahr definendo l’espressionismo nel 1916: un campanello d’allarme suonato da chi ha paura per ciò che sta succedendo.

Liturgia cristiana e maschere primitive

 

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