Pinocchio come Webserie: quarta puntata.

Leonardo Terzo, La Fata Rossina, 2011

Abbiamo paragonato Pinocchio al picaro che vaga in un mondo in gran parte ignoto dove deve sopravvivere e sostentarsi, a cominciare dal pasto quotidiano. Il picaro si muove in una ricerca che è la stessa del cavaliere errante per il Santo Graal, ma con una meta degradata a bisogno materiale. In entrambi i casi ciò che ricorre è l’accumulo di episodi senza una continuità logica e cronologica come quella necessaria al realismo.

Il cavaliere deve dimostrare di essere all’altezza del suo rango, il picaro deve semplicemente sopravvivere, ma in entrambi i casi ciò che accade non ha una trama unitaria con un inizio, un mezzo e una fine, bensì è una serie di casi o episodi che potrebbero continuare indefinitamente, finché invece la casistica si esaurisce e l’ultimo episodio deve trovare un qualche senso di conclusività.

Il viaggio di ricerca di Pinocchio è trovare se stesso, ma nello stesso tempo la coscienza di sé si forma solo con l’esperienza della varietà del mondo. Il mondo è eminentemente variabile e tutti hanno momenti di bontà e altruismo, di egoismo e crudeltà: le fiabe non hanno mezzi termini, passano da un estremo all’altro, per illustrare tutta la gamma del possibile.

Subito dopo che Pinocchio sembra fornito del buon proposito di andare a scuola, è di nuovo sviato dal teatro dei burattini, per cui vende l’abbecedario per pagare il biglietto. Entra in teatro a rappresentazione in corso e viene riconosciuto da Arlecchino che interrompe la recita e richiama l’attenzione di tutti su di lui. Pinocchio viene definito fratello e portato addirittura in trionfo.

Qui la verosimiglianza, come sempre, non esiste. Ciò che dobbiamo chiederci è a che serve questo fatto. Serve a illustrare il sentimento di fratellanza che lega i burattini, come una solidarietà di classe o di razza che unisce gli individui.

Ma prima occorre notare anche l’interruzione della finzione che i burattini stanno recitando, e il passaggio dalla finzione alla realtà, come per esempio nel film di Woody Allen, La rosa purpurea del Cairo, dove si pone il dilemma se è meglio vivere nella realtà o nella finzione. Qui invece le due dimensioni si confondono, si passa senza problemi dall’una all’altra, perché noi sappiamo che anche la realtà di Pinocchio ha tutta la non verosimiglianza della finzione.

Piuttosto qui l’interruzione è una sorta di sciopero di categoria dei burattini, uniti, consapevolmente o meno, contro il padrone, che infatti compare con tutta la prepotenza minacciosa di Mangiafuoco. Mangiafuoco è senza dubbio il potere padronale in termini di fiaba, simile al personaggio di Pozzo col suo schiavo Lucky in Aspettando Godot. Pozzo non fa quasi niente in termini di azione, si limita a tenere legato Lucky: è solo la trasfigurazione del potere economico che asservisce gli altri.

Mangiafuoco infatti terrorizza tutti i burattini e vuol punire Pinocchio che ha causato l’interruzione, bruciandolo sul fuoco che sta cuocendo il suo cibo. Poi però si impietosisce, perdona Pinocchio e vuol bruciare al suo posto Arlecchino. Ciò permette a Pinocchio la sua scelta più generosa e spontanea, a conferma della solidarietà di classe: si offre di essere bruciato per salvare Arlecchino.

La cosa è così straordinaria ed eroica che Mangiafuoco si commuove di nuovo e grazia anche Arlecchino. Tutti risalgono sul palcoscenico e ballano fino al mattino.

La cosa straordinaria è anche che Mangiafuoco, a differenza di Pozzo per esempio, può passare effettivamente dalla crudeltà padronale alla commozione familiare, allorché si informa sulle condizioni sociali di Geppetto e regala a Pinocchio ben cinque monete d’oro perché le porti a suo padre. Naturalmente è solo l’inizio di un’altra disavventura.

 

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