Le due culture (sono due sottoculture)

Tandem d'epoca

Tandem d’epoca

Per capire meglio la storica controversia tra le cosiddette due culture, si deve collocarla in un più ampio contesto delle strutture culturali. Già Karl Mannheim in vari saggi sulla sociologia della conoscenza (traduzione italiana di Marina Gagliardi e Tina Souvan, Sociologia della conoscenza, Bari, 1974) esaminava il concetto di Weltanschaung, cioè visione del mondo predominante nelle varie epoche della storia europea. Si tratta di un concetto riassuntivo degli elementi dominanti in ciò che ora chiamiamo appunto “cultura” con una denotazione sia antropologica, sia storica. Ma all’interno di una realtà socio-culturale così sintetizzata si possono individuare e distinguere tratti più specifici e delimitati, che oggi possiamo indicare come “sottoculture”.

Varie tipologie di elementi socioculturali contribuiscono infatti alle comunità, e la cultura stessa è costituita da costrutti ermeneutici differenziabili, come per esempio in primo luogo la scienza e i valori.

La scienza opera per accertare la verità e la realtà con procedimenti verificabili e oggettivi. Essa fa parte della cultura umana, della quale fanno parte anche elementi non oggettivi e non verificabili, che attengono ai valori, arbitrariamente costituiti dalle comunità. Tutti i componenti di una comunità agiscono sulla scorta di elementi oggettivi e anche di elementi arbitrari. Nessuno può agire solo sulla base di conoscenze scientifiche o solo sulla base di elementi arbitrari.

Quando uno scienziato decide di fare un figlio, la sua scelta non dipende dal rispetto di un postulato inevitabile e oggettivamente necessario, ma da un orientamento liberamente determinato. Quando un non-scienziato deve attraversare la strada, osserva, con una necessità logica assoluta, che possiamo indicare come l’effetto di una verifica scientificamente condotta, che non passino dei veicoli che potrebbero investirlo.

Detto questo tuttavia, se possibile, ciascuno può far prevalere nella sua vita atteggiamenti razionali anche dove non necessari o persino viceversa, attraversando la strada a occhi chiusi. Ciò secondo la posizione, gli interessi e le necessità, che sono più o meno coerenti e strutturati in termini che, all’interno della cultura generale, possiamo chiamare appunto sottoculture. Tipici esempi di sottoculture sono vari gruppi giovanili, o religiosi. Vedi per esempio i punk che si esibivano vomitando sugli spettatori. O i genitori che rifiutano le trasfusioni di sangue per i figli malati per motivi di religione.

Ma sono sottoculture anche le confederazioni di imprese economiche, le comunità geografiche locali e regionali, le confraternite, i mestieri. Per esempio i medici, i politici, gli operai, i commercianti, i barbieri (Figaro qua, Figaro là). Appartenere consapevolmente o meno a questi agglomerati culturali implica la condivisione di atteggiamenti, comportamenti e infine anche di valori.

È in questa prospettiva che si colloca la distinzione fatta da C. P. Snow tra cultura scientifica e cultura umanistica, con conseguente attribuzione alle due culture di interessi e atteggiamenti intellettuali ed etici relativamente condivisi al loro interno, e relativamente distinti o addirittura opposti fra di loro.

Snow in sostanza sosteneva che chi come mestiere è uno scienziato è predisposto ad una maggiore apertura mentale alla novità, alla diversità, e di conseguenza al progresso e alla tolleranza. Al contrario, secondo lui, gli umanisti di mestiere erano improntati ad una più rigorosa adesione ai loro valori, e per questo tendenzialmente di mentalità più ristretta e quindi conservatrice. A riprova di ciò sosteneva che gli scienziati si occupano volentieri di letteratura e di etica, mentre gli umanisti erano (almeno in quel periodo storico) tendenzialmente chiusi nei loro interessi e nelle loro discipline, ignorando e addirittura disprezzando i problemi e le scoperte della ricerca scientifica.

In sintesi gli scienziati sarebbero più curiosi e democratici, mentre gli umanisti sarebbero più superbi e ignoranti. Questo si traduceva però nella convinzione della superiorità (difficile dire di che tipo specifico) dell’atteggiamento scientifico rispetto a quello della determinazione dei valori umani di qualsiasi tipo. Mentre viceversa, la reazione degli umanisti rivelava la convinzione che i valori, benché arbitrari, fossero superiori alla conoscenza scientifica, perché davano alla vita un senso, magari immaginario e non verificabile, che la scienza non può dare.

Era inoltre diffusa la credenza, non so in quale misura tra gli uni e gli altri, che la scienza dovesse distinguersi dalla tecnica, disprezzata quasi da tutti perché strumentale e non cognitiva.

(continua)

Un aneddoto raccontato da Bertrand Russell nella sua autobiografia dice più o meno così: stavo pedalando nel campus di Cambridge su un tandem con mia moglie; ad un certo punto mi resi conto di non amarla più: allora smisi di pedalare.

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