Daily Aesthetics, 30. 7. 2016. L’invenzione del significato dell’arte

After GLeonardo Terzo, After Giacometti, 2014

Il significato dell’arte, figurativo e intellettuale (filosofico, sociale, etico), oltre ciò che è riconoscibile nella rappresentazione, diventa problematico quando la figurazione stessa non c’è più e resta la forma. La forma viene allora interpretata simbolicamente, sulla base di orientamenti espressivi che, nel caso del modernismo, diventano impressionistici, espressionistici, cubisti, astratti, informali, fino alla concettualità e alla performance.

A questo punto l’interpretazione delle forme e dei materiali deve avvalersi delle testimonianze degli autori o delle interpretazioni dei fruitori e critici, entrambe più o meno sensate o arbitrarie. Si tratta di una sorta di didascalie, con la stessa funzione di quelle necessarie alla fotografia.

Si pone così il problema dei criteri interpretativi che la storia dell’arte moderna ha adottato. L’impressionismo per esempio privilegia gli effetti di luce, conseguenti all’uscita dell’artista nella natura all’aperto, il che comporta l’uscita dai contorni delle figure e la fusione dei colori. Il surrealismo ricorre invece alla deformazione sorprendente e ironica; l’espressionismo ad un’esasperazione di forme e colori che viene vista come allusione ad una rivolta violenta; il cubismo intellettualizza le forme per rappresentare “simultaneamente” visioni successive nel tempo.

Tutti inoltre cercano uno spaesamento o spostamento di prospettiva visuale, psicologica e storica, con un’immersione e una discesa agli inferi d’ingenuità del primitivismo. Questo in sostanza significava sottrarsi alla contemporaneità, a cui si attribuivano, in modo esplicito o implicito, una serie di aspetti negativi, che inevitabilmente gli storici dell’arte cercano in ogni forma di cambiamento: economico, sociale e di costume. Quindi si trova un legame diretto tra le novità socio-economiche, come per esempio l’industrializzazione e le sue conseguenze pratiche, in un rapporto con la storia di tipo estrinseco: l’arte della modernità sarebbe comunque l’effetto della storia moderna.

Come si sa le arti hanno anche, se lo si vuole vedere, un rapporto intrinseco con gli sviluppi storici delle convenzioni dell’arte stessa: mode, ideali, stili, soggetti, condizioni di produzione artistica, materiali utilizzabili, sbocchi commerciali, tendenze mercantili. Ogni artista ha una sua storia personale, ma agli storici dell’arte è necessario generalizzare e uniformare, per di più traducendo effetti di visibilità in significati intellettuali linguisticamente espressi. Questo da un lato è inevitabile: anche nel momento in cui parliamo di un romanzo, che pure è fatto di parole, dobbiamo tradurre la parabola degli eventi narrati in idee e significati più generici e generali.

Gli storici dell’arte modernista fanno perciò riferimento al capitalismo, all’industrializzazione, al mutamento dei costumi e infine anche ai disordini psichici derivanti e talvolta effettivamente manifestati, da Van Gogh a Nietzsche per esempio, e più o meno esplicitamente da molti altri. Sono atteggiamenti costanti, giustificati o meno, e sempre perduranti, attualmente per esempio contro la tecnica e il cosiddetto scientismo, ormai tecnologico.

D’altro lato le arti sono un mezzo e un modo di rappresentare e poi presentare e significare intrinsecamente contraddittorio e conflittuale nei confronti della realtà, perché, come dice Ovidio, ripreso da Schiller, citato da Adorno, “Seria è la vita, serena è l’arte”. Il che significa che non possiamo sorprenderci se l’effetto del lutto o del dolore psichico, etico, o politico, quando produce le forme dell’arte, per esempio l’apparente violenza espressionista, diventa una forma di piacere. Perché, come si è già detto, non è spensierata vaghezza, ma il piacere della conoscenza.

 

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