Daily Aesthetics, 12. 8. 2016. Heidegger, “L’origine dell’opera d’arte”, 1935/36. Quarta puntata

DSCN0309Leonardo Terzo, Il disnascondimento, 2016

Dopo aver fondato tutto l’essente nello stare entro di sé, cioè nella sua autonomia, Heidegger si ricorda che l’opera, per essere, deve essere stata fatta, cioè è l’effetto di una “createzza”, che ha “effettuato” sia la cosalità che l’operalità (pp.53-54).

Nel cumulo di requisiti si ricorda così anche la compresenza-contesa-quiete tra mondo e terra. Resta tuttavia ancora misterioso come, per il fatto di essere opera, si dia per scontato che in essa sarebbe “all’opera l’accadimento della verità” (p. 55). Si scopre persino che: “L’operalità dell’opera consiste nel suo essere creata dall’artista. Può sembrare strano che questa determinazione così naturale e onnichiarificatrice dell’opera venga nominata solo ora. (Ibid.)” Infatti non ci voleva molto a pensarlo.

Del resto, sembra convenire a malincuore che “…dobbiamo acconsentire a occuparci dell’attività dell’artista. Il tentativo di determinare l’esser-opera dell’opera puramente in base all’opera stessa si rivela impraticabile.” (Ibid.) Meglio tardi che mai. Ma il punto che permane è che “…possiamo caratterizzare il creare come il lasciar-uscire in un esprodotto.” (Pag. 58)

Pare di capire a questo punto che la verità è semplicemente ciò che c’è, la somma della cosalità, della strumentalità e infine dell’operalità, per il fatto di essere e quindi mostrare, e perciò, con la non ascosità, far accadere la verità.

Ma si può obiettare che il requisito dell’essere ce l’hanno anche lo strumento e persino la mera cosa: purché ci siano non hanno bisogno di essere opera e avere la verità dell’arte. C’è anche, e dovrebbe bastar loro, la verità della cosa e la verità dello strumento.

Invece l’operare che inaugura e fa la verità dell’opera non è lo stesso operare che fa lo strumento o il prodotto artigianale. La differenza consisterebbe nella capacità di esporre ed essenziare l’inascoso. Tuttavia non si capisce perché e come l’apertura dell’opera aprirebbe la verità, mentre la produzione degli strumenti no. Insomma la verità dell’opera si instaura solo perché qualcuno (l’autore? Heidegger? Il passante ispirato?) si accorge che c’è?

No. Infatti: “…non è che la verità esista dapprima in sé e in qualche luogo astrale, per poi allogarsi aggiuntivamente in qualche altro luogo nell’ambito dell’essente. Ciò è impossibile già per il fatto che solo l’aperità dell’essente offre la possibilità di un qualche dove e di un sito occupato da presenzianti.” (Pag. 60,)

Purtroppo non si dice mai chi o che cosa avrebbe questa necessaria capacità di aprire l’inascoso e/o far accadere la verità. Ciò sebbene “Quest’ultimo è un accadere storico in molteplici modalità.” (Ibid.)

Seguono infatti alcune di queste modalità, tutte non determinanti, eccetto una: “Un’altra modalità in cui essenzia verità è l’atto che fonda uno Stato.” (Ibid.) E qui non si può fare a meno di cominciare a sentir puzza di atto di forza e, poiché siamo nel 1935-36, di nazismo.

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