Nel centenario della nascita di Northrop Frye.

Nel centenario della nascita di Northrop Frye ripubblichiamo un articolo del 2009, di Leonardo Terzo

Nel pieno delle rivolte studentesche alla fine degli Anni ’60, la funzione sociale delle arti, e della letteratura in particolare, era un tema di grande attualità. In effetti la rilevanza, o forse è meglio dire la coscienza dell’irrilevanza dell’educazione umanistica, in un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica, era già stata oggetto della polemica sulle “due culture” fra C. P. Snow e F. R. Leavis. In quel periodo erano stati pubblicati anche i saggi di Marshall McLuhan, collega di Frye all’Università di Toronto, sulla Galassia Gutemberg e sugli Strumenti del comunicare, vale a dire sul passaggio dalla cultura scritta alla nuova oralità elettronica. Northrop Frye (1912-1991), a quell’epoca al culmine della fama come critico e come studioso della mitologia sociale, sollecitato da più istituzioni accademiche, intervenne allora con varie riflessioni e conferenze, poi confluite in una pubblicazione del 1970 col titolo di The Critical Path. An Essay on the Social Context of Literary Criticism, mutuato dalla frase finale della Critica della ragion pura, dove Kant dice che tra dogmatismo e scetticismo solo il sentiero della critica è aperto.

Da allora la coscienza dell’inadeguatezza della cultura letteraria si è accentuata, e la letteratura stessa sopravvive per lo più nei generi formulaici, a fianco del cinema e della televisione, come mero divertimento. Frye considerava insostituibile la letteratura come campo dell’immaginario sociale, pur riconoscendo che le tendenze già allora in atto trascinavano la mitologia sociale verso l’oralità e la dimensione performativa, verso la regressione nel frastuono della partecipazione irriflessa, verso lo scarico immediato delle pulsioni a cui la letteratura scritta da sempre aveva opposto la possibilità di una mediazione simbolica e di un’elaborazione ermeneutica. Le considerazioni qui elencate seguono le tracce del libro di Frye, ma ovviamente cadono del tutto sotto la mia responsabilità:

1. Il poeta nelle culture orali era il detentore del sapere, perché la poesia era la tecnica mnemonica necessaria a trasmettere il patrimonio culturale della comunità. Questo patrimonio culturale è definito da Frye “mito di appartenenza”. Mito (nel senso di mythos) perché è formato da storie che si accumulano, si intersecano e si fondono, e di appartenenza perché l’appartenenza alla comunità consiste nella credenza collettiva in quelle storie.

2. Quando si passa alla cultura scritta il poeta perde autorità. Il sapere si stacca dalle persone e dalla loro memoria, e si deposita nel materiale scrittorio. Questo processo si accentua con la stampa e prosegue fino ad incarnarsi in internet. È la fine dell’autorità dei poeti e l’inizio della decadenza degli intellettuali. Ma le conseguenze sono ben altre.

3. Si passa dalle credenze condivise che trovano riscontro solo nei miti della tribù, al sapere oggettivo che deve trovare una corrispondenza nella natura. Ciò favorisce il pensiero individuale, la scienza, la libertà di pensiero e di critica. Tutto ciò produce nuovi valori che Frye chiama “mito di libertà”. Una società equilibrata ed aperta mantiene in tensione entrambi i miti, conservando dei valori che denotano l’appartenenza e permettendo la libertà di critica e di trasformazione di quei valori.

4. La distinzione tra i due miti e la distinzione dei saperi è un lungo processo che trasforma il mondo pre-moderno nella modernità. La piena consapevolezza di questa distinzione dei saperi si raggiunge nelle scienze umane nel Settecento. A questo punto la letteratura (e ancor più la poesia) perde sempre di più la sua funzione pedagogica come tecnica di trasmissione del sapere, diventa autonoma, ed assume prevalentemente una nuova funzione, che è la funzione estetica, in cui prevale il piacere. Si tratta peraltro di un piacere eminentemente intellettuale, in cui il sapere si percepisce però anche coi sensi, ovvero è sapere e sapore, da cui la metafora del “gusto”.

 5. Come è stata intesa la funzione della poesia in questo lungo processo? Per rispondere a questa domanda Frye ricorda due famose Difese della Poesia, quella di Philip Sidney (A Defense of Poesie, 1595) che si difende dallo spirito puritano ed è il prodotto del Rinascimento, e quella di Shelley (A Defense of Poetry, 1840) che è il prodotto del Romanticismo contro ciò che oggi definiamo il mondo dell’industria e della tecnica. Il fatto che periodicamente i poeti sentano il bisogno di difendere la poesia dimostra che la poesia nei fatti è svalutata praticamente da sempre. Appunto da quel momento originario in cui si passa dalla cultura orale a quella scritta.

6. Nella difesa di Sidney, in ambito umanistico, si sostiene che la poesia ha due meriti di carattere educativo: uno, è più comprensibile del linguaggio teorico e filosofico, che appare oscuro e specialistico; e due, che svolge un compito etico che consiste nel presentare il bene in modo piacevole, così da convincere la volontà indebolita dal peccato originale ad adeguarsi alla verità, sollevando l’uomo dalla natura degradata della carnalità alla sua vera natura che è la spiritualità.

7. L’aspetto piacevole, che oggi definiremmo propriamente estetico, per Sidney è al servizio della verità che coincide con la morale. Per Eliot invece, come per i simbolisti e i modernisti, è il contrario: quello che volgarmente si chiama il contenuto è un pretesto per l’esibizione della forma. Noi invece crediamo che le due cose non vanno disgiunte: l’intelligibile è al servizio del sensibile e viceversa: il significato produce la musica delle parole e la musica produce il significato.

8. Ma c’è un altro aspetto: nella cultura orale c’è una perfetta consonanza tra il poeta e la comunità degli ascoltatori, e la poesia si fruisce collettivamente; nella cultura scritta, anche qui dopo un lungo tragitto in cui la lettura è collettiva, si giunge alla lettura individuale, che corrisponde all’isolamento del poeta. Il poeta non è più il portavoce della comunità, ma diventa lo specchio del suo lettore, individuale e altrettanto solitario. Il poeta lirico parla solo a se stesso e il lettore è come se origliasse ciò che il poeta dice tra sé. Allora la diminuita popolarità del poeta si riduce ai pochi lettori che individualmente lo leggono, ma la corrispondenza tra poeta e pubblico, appunto perché il pubblico è così ridotto, rimane invariata. Solo che il lettore adatta i versi alla sua interpretazione, con una perfetta corrispondenza da uno a uno.

9. Ad ogni modo il poeta nelle culture scritte deve fare un altro mestiere per vivere. Di solito è un funzionario di corte, o diplomatico o qualcosa del genere. Ma da allora i poeti non si mantengono con la poesia, quindi la loro funzione primaria nella società non è quella di fare dei versi.  Il fatto che la poesia non sia remunerata significa che è pressoché irrilevante nella vita sociale e serve solo a delle frange marginali che, come il poeta, hanno a che fare con la poesia nei ritagli di tempo.

10. Il critico naturalmente segue la svalutazione del poeta, e anche lui deve fare un altro mestiere per vivere. Una funzione pratica per la sopravvivenza dei critici è quella fornita dalla scuola. Nella scuola di stato i critici sono insegnanti al servizio delle direttive generali dei governi, e in questa funzione, nell’Ottocento, nei momenti di edificazione delle culture nazionali, riacquistano una certa importanza per propagandare il canone. I critici, oltre che gli insegnanti, fanno i giornalisti, che si occupano però della cultura in generale, poi diventano impiegati delle case editrici, e quindi diventano pubblicitari dell’editoria. La figura del poligrafo nasce appunto perché il poeta o scrittore non può mantenersi con un incarico solo e deve scrivere in tutti i generi e su tutti gli argomenti che gli vengono proposti.

11. Nel Settecento e nell’Ottocento il letterato scrive per il mercato, e per vendere gli conviene essere un narratore, che di solito pubblica anche a puntate sui giornali. La narrativa in prosa è prima realistica e cerca di passare per documento di vita reale, e poi diventa anche fantastica col gotico e i suoi derivati, cioè i generi popolari che io chiamo formulaici. La poesia invece è morta definitivamente e come prodotto non si vende. Si vende invece nel Novecento se si accompagna alla musica delle canzoni. Ma ovviamente è un’altra cosa.

12. La difesa della poesia di Shelley è invece un attacco che cerca di capovolgere le posizioni. È la poesia che è superiore agli altri tipi di sapere, perché si fonda su una conoscenza più profonda e creativa che è l’immaginazione. La scienza e la filosofia sarebbero inferiori perché escludono ciò che non credono vero, mentre la poesia (letteratura) è inclusiva perché fatta di miti, creativi e rivoluzionari. La poesia deve perciò essere il valore fondamentale della comunità, e i poeti sono i veri legislatori della civiltà, come nei tempi antichi, anche se ora non sono riconosciuti. Il poeta riprende così il suo ruolo di oracolo, non più come portavoce di Dio, ma di quella facoltà creativa dell’uomo stesso che è celata in lui.

13. Elementi assimilabili a quelli di questa teoria nel 900 sono ripresi da molti, per esempio dai New Critics americani, che considerano il linguaggio poetico più sottile, speculativo e anti-ideologico di quello scientifico. L’ermeneutica di Heidegger e la filosofia della differenza riprendono concetti simili, fondati appunto sulla differenziazione dello strumento poetico. La poesia sarebbe superiore appunto perché è alle origini della conoscenza, quando essa era anche saggezza, mentre oggi la conoscenza è solo informazione. Per loro la conoscenza razionale, che essi denominano “scientismo” o “tecnica”, è una riduzione delle facoltà umane alla mera strumentalità. Altri epigoni contemporanei di questa idea di funzione salvifica dell’arte e della redenzione estetica della società capitalistica sono per esempio Bourdieu e Perniola.

14. Anche il postmodernismo alla Lyotard, prospetta qualcosa almeno in parte assimilabile a queste posizioni, quando svaluta l’epistemologia scientifica e storica, e assimila le teorie scientifiche e le ricostruzioni storiche alle narrazioni letterarie. Così le teorie scientifiche, o di qualsiasi tipo, sarebbero sempre invenzioni senza un fondamento, costruite dall’uomo per illudersi e consolarsi della propria impotenza a conoscere la realtà.

15. L’idea di Frye è che la letteratura è un’enciclopedia di miti che raccoglie e indica tutte le possibilità di interpretazione della vita. All’interno della comunità la dialettica fra mito di appartenenza e mito di libertà è un’evoluzione sempre in corso. L’immaginazione totale costituita dalla letteratura fornisce all’individuo e al mito della libertà quella dimensione che gli consente di vivere nella comunità senza sentirsi ostacolato e legato da essa. In sostanza per Frye la letteratura totale è la facoltà dell’uomo di pensare e progettare oltre il presente, avendo a disposizione tutta l’esperienza storica. È il passaggio continuo dal reale (comunità, canone, potere),  all’ideale (individualità, progettualità, fantasia) e ritorno.

16. Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel, Montale fece una difesa della poesia di tipo romantico, principalmente conservatrice, basata sulla tesi che la poesia conserva qualcosa che il progresso distrugge. Ammesso che sia così, il tipo propriamente poetico di efficienza nel realizzare questo lodevole compito è minimo e inefficace. Infatti il problema è proprio che la poesia non è più il mezzo di comunicazione più efficace per la diffusione dei valori, quali che siano, di appartenenza o di libertà. E non lo è neppure la scienza, cioè la razionalità e la tecnica generalmente intesa. Il mezzo più efficace è quel tipo particolare di comunicazione e di tecnica comunicativa che dovrebbe essere la politica, ma che invece è scaduta a pubblicità. La pubblicità infatti, come il mito, come la letteratura e come la poesia, si avvale del fascino del sensibile più che dell’intelligibile. Non a caso molti considerano la pubblicità l’arte più significativa e avanzata del nostro tempo. (Perciò, a mio parere, oggi il filosofo autentico deve cercare di non farsi riconoscere dallo spirito del suo tempo, perché quando ciò accade tutto si trasforma in un evento della comunicazione e dell’esibizione pubblicitaria).

17. A me pare che la costruzione delle storie che diventano miti e si accumulano e si intersecano in una mitologia generale, a prescindere che siano distinguibili (e per me lo sono) tra idee, o storie o teorie approssimativamente vere, e idee o storie o teorie sostanzialmente false, prosegua inevitabilmente in ogni comunità, ristretta (come una tribù isolata nella foresta amazzonica o nei bar di New York), o allargata fino alla globalizzazione.

18. Resta il fatto però che il mito di appartenenza e il mito di libertà non sono sostenuti dalle stesse persone, e soprattutto oggi come è ovvio non sono più l’effetto del passaggio dall’oralità alla scrittura, ma si articolano sulla base e sulle potenzialità di nuove divisioni sociali. La vera divisione all’interno della società non si basa più sugli effetti dei mezzi di comunicazione, ma sugli effetti dei mezzi di produzione della comunicazione. La comunicazione è solo un compito affidato alla classe dei tecnici, che possiamo considerare intellettuali proletarizzati. Ne consegue che ciò che viene comunicato non dipende affatto dai tecnici della comunicazione, per quanto possano essere intellettuali, scienziati o poeti; dipende invece dai possessori di tali mezzi. Questi possessori dei media hanno interesse a diffondere un mito di appartenenza che perpetui il loro potere, che oggi genericamente si può identificare nell’ideologia del consumismo.

19. Perciò il sapere non si deve adeguare solo alla conoscenza della natura, che è effettivamente strumentale, e fa bene ad esserlo, ma deve porsi anche come critica dei valori. La strumentalità del sapere scientifico non è una riduzione dalla saggezza all’informazione, ma una chiarificazione che tende a tenere separata la razionalità (conoscenza) dai valori (saggezza o stoltezza), ed è un suo merito.

20. La chiarificazione consiste nel fatto che tale strumentalità ci costringe a capire che la scienza non ha in sé la capacità di individuare i valori umani. Il sapere strumentale e quindi la scienza, soprattutto nel suo aspetto applicativo, cioè la tecnica, è in balia degli interessi dei gruppi sociali. Con la tecnica i gruppi sociali sono impegnati a trasformare la natura in un ambiente vitale e culturale favorevole. Ma ogni gruppo cerca di trasformarlo in modi ad esso convenienti. L’errore di coloro che, come Bourdieu e Perniola (ma non McLuhan), pensano che i mezzi di comunicazione, e fra essi la poesia, possano svolgere compiti rivoluzionari a livello materiale, cioè economico e di potere, consiste nell’attribuire agli strumenti, in questo caso gli strumenti comunicativi, una capacità che invece è solo nella volontà degli uomini che usano quegli strumenti.

21. Perciò uno dei compiti dello scienziato sociale oggi dovrebbe essere quello di escogitare un tipo di comunicazione dei valori che non si riduca a pubblicità. Questo tipo di comunicazione purtroppo non può essere la poesia, ma non voglio escludere a priori che possa accogliere anche la poesia nella pluralità delle sue tecniche.