Arte, conoscenza, democrazia.

Emporio Porpora,  Il torracchione di Bianciardi, 2011

 In occasione del cinquantenario della morte torna d’attualità un vecchio problema: che fare delle opere del fascista Céline? Affrontiamolo un po’ più da lontano. Si è più volte detto che la ricerca dell’originalità, che è propria dell’estetica moderna, ha, tra gli altri possibili, anche un effetto “democratico”, nel senso che abolisce e rimescola le gerarchie dei valori e dei giudizi di tutti i tipi: etiche, politiche, retoriche, percettive, ermeneutiche. Tuttavia non è detto che la novità di per sé sia sempre un avanzamento, in tutti o in qualcuno di questi ambiti. Potrebbe essere infatti un peggioramento.

Per esempio la morte, come dice Totò, è una livella, ma è una livella verso il basso. Meglio essere vivi, benché disuguali, che democraticamente uguali solo perché morti. Ma la conoscenza è sempre un passo in avanti democratico. Ogni manifestazione o unità culturale, è tale perché è un fatto comunicativo, cioè implica comunità, codice condiviso, sistema di valorizzazione e opposizione dove ci si distingue e si coesiste secondo un ordine disposto in qualche modo. Proprio per questo l’accesso alla comunicazione è la base della democrazia.

L’arte, nella propensione modernista al nuovo, ci spinge a vedere qualcosa che prima era invisibile, e a provocare delle reazioni etiche e politiche a causa della nuova percezione e comprensione. Abbiamo detto che non tutte le rivoluzioni sono accettabili: per esempio un’ideologia estetica che  promuova la schiavitù o il suicidio di massa può essere rifiutata sulla base del prevalere di considerazioni etiche che dall’estetica prescindono. E di fatto l’accettazione di tutte le poetiche non prescinde mai da considerazioni non estetiche. D’altra parte anche l’uso improprio e “reazionario” dell’invenzione artistica può essere capovolto come testimonianza e documento di cui elaborare usi più etici.

E tuttavia nel momento in cui l’arte rivela qualcosa prima invisibile, la rivelazione è a disposizione di tutti, è quindi di carattere conoscitivo, e acquisisce una neutralità politica ed etica, proprio perché può essere usata a scopi antitetici. Allora il compito del critico e del teorico consiste nel distinguere la dimensione conoscitiva o inventiva propriamente estetica dall’uso nobile o ignobile che se ne può sempre fare. L’apprezzamento della funzionalità e quindi della “bellezza” di una ghigliottina dovrebbe prescindere dall’essere favorevoli o contrari alla pena di morte.

E qui inizia la divergenza con Platone e con tutti i censori, i quali, per non correre il rischio di un uso “velenoso” e distruttivo della fascinazione dell’arte, preferiscono abolirla del tutto, mentre noi “esteti” preferiamo distinguere la scoperta e l’invenzione della bellezza dai suoi usi, anche nel caso di uso improprio come l’arte fascista, o schiavista ecc.

Il legame originario dell’estetica con l’etica è appunto il contributo di conoscenza che l’estetica dà sul piano formale, orientando la consapevolezza umana nelle forme del mondo. In questa prospettiva si equipara il gusto estetico ad una qualsiasi altra forma di conoscenza e soprattutto di consapevolezza che questo tipo di apprezzamento sensibile implica.

Dunque trascrivendo il problema in termini di conoscenza: se uno scienziato nazista scoprisse una medicina per guarire una malattia prima non curabile, dovremmo rifiutare quella medicina perché lo scopritore è nazista? Ovviamente no, è perché?

Perché la medicina non è nazista come il suo scopritore. Allo stesso modo, se uno scrittore fascista come Céline, scrive un romanzo che riteniamo bello, o nuovo, o comunque importante per le più varie ragioni, la qualità del romanzo non è nazista, persino se le tesi sostenute nel romanzo lo sono. Come è possibile?

È possibile perché l’invenzione letteraria e la sua bellezza (e/o capacità di essere apprezzata) si staccano dalla persona dell’autore. Questo non solo per l’ormai acquisito concetto di morte dell’autore, ma anche perché le idee naziste incorporate nel romanzo in teoria sono superate dalla loro formalizzazione. Vale a dire noi apprezziamo ciò che di esse è stato fatto nel romanzo, consapevoli della loro insostenibilità fuori dal romanzo.

Perciò per assumere questo atteggiamento capace di discriminare tra arte e vita, tra finzione e realtà, bisogna essere capaci di distinguere. Non perché anestetizziamo la nostra coscienza etica, bensì per due motivi. In primo luogo perchè siamo in grado di separare il prodotto finito dalle materie prime: come una casa non è la somma dei mattoni, ma una costruzione che realizza una quantità di funzioni che i mattoni non hanno. Ma soprattutto perché una razionalità critica è sempre implicitamente la componente basilare del gusto. Il gusto infatti implica un’educazione della razionalità oltre che della sensibilità. Se non si è capaci di distinguere, molti continueranno ad apprezzare Céline perché era fascista, e altri a non apprezzarlo perché era fascista. In entrambi i casi si privano della conoscenza sensibile propria dell’arte.

Leonardo Terzo

P.S. Il conflitto tra buone intenzioni e cattivi effetti, e la necessità di distinguere, valgono anche per una scrittura “etica” propria per esempio dei fatti narrati nei Vangeli. Altrimenti come faremmo, in un clima di sensibilità animalista, ad accettare il fatto che Gesù liberi l’indemoniato, ma cacci il demone chiamato Legione in un branco di innocenti maiali che subito si precipitano in un burrone?  L’episodio della cacciata di Legione, uno dei miracoli di Gesù, è presente in tutti e tre i vangeli sinottici: Vangelo secondo Marco 5,1-20, Vangelo secondo Matteo 8,28-34 e Vangelo secondo Luca 8,26-39.[2] (Fonte Wikipedia.)

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