Visiocrazia 1. Merce e testo

6 maggio 13 004Hic Sunt Group, Merce e testo, 2013

La visione e la lettura delle merci, a partire da Benjamin e Barthes, è una riconversione dell’immagine a testo, o meglio evidenzia l’esposizione della merce come messaggio. Si passa dalla cosa d’uso alla cosa da vendere come merce, alla cosa da mostrare per essere venduta, al primato della mostra e dell’immagine come qualità da usufruire, e quindi circolarmente si è tornati all’uso di una qualità immateriale della cosa.

Tutte le cose non immediatamente distrutte dal consumo mantengono una dimensione di immagine. Questo lasso di tempo dall’acquisto al consumo si è dilatato, e il consumo stesso diventa ostensione e moda. Come per i battage che precedono l’immissione del prodotto sul mercato, il consumo è anticipato, perché virtuale, e si può fare senza l’oggetto.

Il bibliofilo, al contrario, converte il messaggio, scritto nel libro, in oggetto, apprezzato per le circostanze storiche della materializzazione dell’iscrizione. Lo stesso vale per l’opera d’arte. Le valutazioni del mercato dimostrano che non è l’invenzione formale che vale in quanto apprezzata in sé, ma il materiale concreto su cui quell’invenzione formale si è realizzata. Ogni riproduzione non è valutata come l’originale, perché conserva solo l’invenzione formale e perde l’autenticità materiale.

W.J.T. Mitchell teorizza perciò la distinzione tra il quadro reale (picture)  e l’immagine immateriale in esso raffigurata (image). Ogni riproduzione è infatti una trasposizione dell’immagine su un altro supporto, persino neuronale, come la memoria o il sogno.

La cosa come testo, invece, come per esempio la natura “libro di Dio”, implica un’estrapolazione o un uso traslato dell’uso dei verbi leggere e significare. Perché in realtà non si legge un oggetto, ma si fanno descrizioni o commenti sul suo retroterra. Come parlare di schiavi quando si vedono le piramidi. Le piramidi non sono un messaggio sulla schiavitù, ma si possono collegare ad essa come occasioni per discorsi sulla schiavitù che nella contingenza ci interessano più delle piramidi. Si passa allora da uno sguardo architettonico ad uno archeologico, ad uno storico, ad uno sociologico, ad uno politico. Ma perché fermarsi lì? Infatti c’è uno sguardo geologico, uno astronomico e uno ufologico. Come succede in certe trasmissioni televisive, dove tutto, a partire spesso proprio dalle piramidi, viene usato come possibile indizio dell’esistenza degli extra-terrestri.

Un elemento che favorisce la preminenza della vista nella modernità è appunto la possibilità di trasmissione dell’immagine attraverso la fotografia, il cinema, la televisione, ma anche il fatto che l’ostensione e l’esibizione di sè, che è sempre stato un tratto dell’autorità politica, religiosa e sociale, con la democrazia si estende a tutte le classi. Simmel per esempio ritiene che la diffusione dell’interesse ad apparire produca il fenomeno della moda e la rapidità dei suoi cambiamenti, perché innescherebbe un circuito sempre più rapido tra superamento della novità e la necessità di rinnovare le forme di moda.

La supremazia della vista sugli altri sensi nasce peraltro, secondo Ferenczi, quando l’uomo diventa bipede, e la posizione eretta trasferisce la preminenza dei sensi dall’olfatto, che prevale negli animali, alla vista, che prevale nell’uomo. Di qui anche il rapporto tra visione e intellettualità, che confermerebbe l’innalzamento dell’elaborazione conoscitiva dagli organi percettivi e orientativi, sostanzialmente istintuali, verso quelli che favoriscono l’astrazione, la logica e la ragione.

Ora invece si vorrebbe che proprio tale astrazione fosse considerata oppressiva e alienante rispetto a una dimensione più istintiva e comunitaria. Lo sforzo di individuarsi, uscendo con la coscienza personale dalla coscienza tribale, è capovolto in aggressività e isolamento.

Leonardo Terzo

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