Che cos’è la critica 4. Ermeneutica e ideologia.

iugno 08 010

Leonardo Terzo, Già, 2011

Come abbiamo già anticipato, l’ermeneutica ha anche risvegliato un interesse particolare come strumento di demistificazione, laddove l’analisi interpretativa diventa strumento di rivelazione delle falsità della comunicazione ingannevole.

L’inganno infatti, più o meno intenzionalmente, si avvale delle tecniche espressive come strumenti nocivi, ed allora il disvelamento di questi fini, definiti ideologici, per esempio dalla “critica culturale”, diventa un compito affidato all’ermeneutica. Essa svolgerebbe questo compito disambiguando la polisemia capziosa del linguaggio, così come prima rendeva prosaicamente analitica la sintesi poetica del linguaggio estetico. Quest’ultima operazione attiene all’aspetto tecnico, la prima all’aspetto etico. 

La peculiarità della demistificazione è che essa suppone che il messaggio ideologico, cioè falso, inganni o possa aver ingannato non solo il destinatario, ma l’autore stesso. E quindi il lavoro di demistificazione vada fatto ai danni dell’ideologia. In tal caso l’ideologia è intesa come un costrutto culturale comunitario che domina i membri stessi della comunità in cui si è formata, e opera ai loro danni o ai danni di una parte di essi e a vantaggio di un’altra parte, e impedisce loro di raggiungere la verità. L’autoinganno è possibile perché ogni prodotto sociale, cioè collettivo, è sempre suscettibile di sottrarsi al controllo di coloro stessi che hanno contribuito a crearlo, e quindi di rivolgersi contro di loro.

Paul Ricoeur considera l’ideologia una tendenza dell’immaginazione, o semplicemente del pensiero umano, a integrare e sistematizzare i fenomeni dell’esperienza in schemi esplicativi dotati di una qualche coerenza. L’ideologia si contrapporrebbe poi all’utopia, in cui la tendenza sistematizzante si industrierebbe in primo luogo a smantellare l’ideologia (il sistema) vigente, in vista di un’ideologia futura più idealistica e ancor più irreale. 

Poiché ogni conoscenza umana viene continuamente aggiornata e rinnovata, si può dire che la scienza stessa e la filosofia sono di per sé processi continui di demistificazione. In effetti la critica, intesa in senso politico, è lo strumento della libertà della conoscenza, mentre la critica letteraria, almeno come interpretazione, sembrerebbe in primo luogo semplice filologia.

Ma anche la mera filologia ha come scopo la verità del testo. Soltanto quando e se si interseca con la valutazione, la direzione centripeta viene deviata in diversificazioni che sono rimandi dal testo al lettore. Il quale ne è invece fuori, e situato in vari punti d’osservazione, e con interessi diversi. Peraltro questa diversità di interessi, a sua volta, sebbene possa essere deviante, non è detto che non sia invece più adatta a raggiungere meglio il suo scopo, proprio a causa dell’allargamento della gamma di interessi interpretativi.

Tra i significati di “interpretazione” vi è anche quello di “espressione”, laddove l’espressione si farebbe interprete di qualcosa che non è codificata in parole, bensì si manifesta in situazioni, sentimenti, pulsioni. Oppure interpretare significa eseguire, come quando l’attore interpreta un personaggio, o un musicista esegue una composizione. In questi casi il passaggio da un codice all’altro è una transcodificazione più che una spiegazione, soprattutto dove il codice di partenza non è quello linguistico, e talvolta non lo è nemmeno quello d’arrivo. 

L’interpretazione di un testo si pone anche come test per la verifica della tesi nicciana per cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Il testo stesso, per quanto da interpretare, rimane il fatto ineludibile da cui le varie interpretazioni non possono e non debbono prescindere. In realtà questa tesi paradossale significa: non c’è la verità, ma solo opinioni ideologiche. Il che è contraddittorio e paradossale appunto, perché se questa affermazione fosse vera, allora questo fatto stesso dimostrerebbe che una verità è raggiungibile. Se invece tale affermazione non è vera allora la verità è raggiungibile.

Di solito i paradossi si fondano su un intenzionale fraintendimento dei termini. Questo paradosso si scioglie in due modi. Il primo è che la verità stessa è un’interpretazione, ovvero l’interpretazione derivante dall’uso corretto degli strumenti conoscitivi di una data epoca, la famosa “episteme” di Foucault.

All’interno di questa inevitabile delimitazione, lo scioglimento del paradosso si affina ulteriormente, se lo si vede semplicemente come un’iperbole ottenuta esagerando o allargando il concetto, questo del tutto plausibile, che ogni affermazione ha un significato sostenibile soltanto in determinate condizioni sottintese dai parlanti e non in assoluto, appunto perché il linguaggio è una pertinentizzazione dei fenomeni vissuti, sulla base delle categorie fissate dal linguaggio stesso.

E quindi in circostanze appena diverse ciò che era la verità non è più tale o non è più verificabile. Per esempio l’orario dei treni dovrebbe essere una serie di affermazioni di fatti veri, verificabili infatti quotidianamente, ma il giorno in cui c’è uno sciopero, cioè in circostanze diverse, non lo è più. È vero che ogni fatto non è certo, ma solo probabile, tuttavia un livello molto alto di probabilità è sufficiente per usare tali affermazioni come verità, non in assoluto, ma per gli scopi che momentaneamente ci interessano.

Se la differenza tra un’opinione molto probabile e una verità diventa un’entità trascurabile, la differenza è irrilevante, e quindi ciò che è solo molto probabile per noi vale come una verità. Se compro due metri di stoffa per fare un vestito e il commerciante me ne dà 199 cm., il centimetro mancante è irrilevante, e per i miei scopi 199 cm. è uguale a due metri. Se dico di essere arrivato sul luogo del delitto alle sei e invece ci sono arrivato alle sei e tre secondi, ho detto egualmente la verità. Quindi la verità è sempre approssimativa, solo che l’approssimazione talvolta è tanto grande che diventa una bugia, talaltra invece è talmente piccola che rimane una verità. In questo senso il concetto di verità è strumentale, e si può definire come un’approssimazione sufficiente ai fini in questione.

La denigrazione della ragione strumentale è errata appunto perché non tiene conto che la strumentalità è proprio lo scopo della ragione, la quale non è mai fine a se stessa, ma serve (cioè è strumento) a capire le situazioni e permetterci di decidere su come agire per dei fini che invece prescindono dalla ragione, come la volontà di vivere o di morire.

La vita stessa, nella misura in cui richiede una consapevolezza, magari anche superficiale, che ci fa capire cosa stiamo facendo quando ci alziamo la mattina e facciamo le cose di tutti i giorni, si basa sulla comprensione e interpretazione delle circostanze materiali, sociali e mentali in cui ognuno di noi si trova. Quindi vivere comporta un’interpretazione della vita sottesa ai nostri comportamenti, e questo si vede dalla convinzione stessa con cui agiamo e persino dall’incertezza che ci tormenta quando siamo incerti. La razionalizzazione dell’agire istintuale si può definire anche: presa di possesso interpretativa della nostra base biologica. Tale presa di possesso o interpretazione è ciò che ci trasforma da organismi animali in esseri umani. La coscienza interpreta la sua situazione organica e la trasforma in soggettività.

Leonardo Terzo

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