Valori, forme, e politica culturale


Leonardo Terzo, Munchausen Ball, 2015

Sul valore.
Il valore è un concetto che, costituzionalmente, consiste in una differenziazione di importanza tra le cose a cui si dà appunto valore e le cose a cui non se ne dà, o se ne dà di meno o di più. Se tutte le cose avessero lo stesso valore non ci sarebbe il valore stesso. Quindi il valore implica apprezzamento e disprezzo come categorie costitutive.

Questa differenziazione può sembrare giustificata o ingiusta, o semplicemente condivisibile o non condivisibile. Ciò dipende dalle concezioni che le varie comunità di fruitori, o semplicemente di esseri umani, considerano condivisibili o meno. Sono anche implicitamente arbitrarie, fondate sul sentire comune e non sul sapere scientifico.

Qui infatti entrano in gioco le differenze antropologiche tra le culture: gli indiani prima della colonizzazione inglese consideravano doveroso bruciare le vedove sullo stesso rogo dei mariti morti; dovettero smettere quando verso la metà dell’Ottocento il governatore inglese disse che gli inglesi avevano anche loro un’usanza irrinunciabile: impiccare coloro che bruciavano le vedove.

Molti popoli africani considerano doverosa l’infibulazione, come altre etnie la circoncisione. Qualche decennio fa negli Stati Uniti un giudice assolse un italiano che aveva ucciso la moglie infedele, ritenendo che fosse un costume proprio degli italiani meridionali.

Le culture europee post-illuministe privilegiano i diritti dell’individuo rispetto a quelli dei gruppi sociali. Il valore dell’individuo, imposto nel mondo dalla colonizzazione occidentale, in realtà si attenua se quest’individuo appartiene ad un gruppo sociale discriminato: così negli Stati Uniti la polizia può impunemente uccidere un cittadino se è di colore, e in Italia una raccoglitrice di pomodori può morire di fatica nei campi per tre euro l’ora.

Poiché la valorizzazione e il suo contrario appaiono molto esplicitamente e meno distruttive in estetica, l’estetica è l’ambito dove i valori possono essere discussi con effetti più superficiali che in ambito morale o penale. A me piace Schiele e detesto Klimt, mi piace Magritte e trovo kitsch Dalì. Ma la mia opinione non fa danni, anche se io spero possa essere utile a tutti.

Politica culturale e giudizi di valore.
La politica culturale è costituita dalle azioni che ogni individuo realizza per mezzo delle sue capacità e del suo potere nell’ambito della diffusione dei saperi. Il sapere dovrebbe essere unico, totale e condiviso da tutti, o per lo meno a disposizione di tutti, ma non è così. Il sapere è diversificato in ambiti e in posizioni anche in contraddizione tra loro, perché ogni individuo e gruppo sociale vive esperienze diverse che producono esigenze diverse e quindi agisce con interessi diversi più o meno in sintonia o in opposizione tra loro.

Il sapere scientifico è tendenzialmente verificabile e quindi potrebbe sottrarsi alle strumentalizzazioni, ma il suo utilizzo è comunque inevitabilmente opinabile. Invece i rapporti umani, che producono effetti economici e politici, sono basati sul potere, ed elaborano saperi (cosiddetti sovrastrutturali) che mirano ad imporre e giustificare la supremazia di chi li propone e cerca di imporli.

I giudizi di valore, tanto più in buona fede, secondo una mia definizione, sono “indici di congenialità”. Cioè ciascuno attribuisce valore a ciò che si confà alle sue esigenze e alle sue conoscenze. La politica culturale che prevale è la somma dei giudizi di valore di chi riesce ad imporla, con mezzi leciti, sulla base del potere di convincimento esercitato in ogni campo.

Tuttavia se mettere in discussione i giudizi di valore e la politica culturale in auge significa agire per sostituire il predominio culturale di qualcuno col predominio di qualcun altro, non si fa che giustificare il meccanismo di una politica culturale per cui hegelianamente il reale è razionale: per esempio il nazismo era razionale in Germania finché Hitler ha avuto il potere.

La politica culturale può invece utopisticamente cercare di aprirsi alla coesistenza delle differenze, per lo meno quelle presenti nella comunità, ma anche a quelle che le vicende storiche introdurranno. E una supremazia culturale certamente si formerà, ma più o meno legittimamente per scelta dei singoli e dei gruppi, perché la legittimazione non dipende dalla supremazia, ma dalla libertà di scelta che la coesistenza delle differenze consente. Quindi il reale è razionale solo se legittimamente tale.

Fascino delle forme e fuga nell’irrazionale
Il fascino del primitivismo istintuale subito dalle avanguardie moderniste era ed è fondato su un equivoco, provocato dal fascino irrazionale delle forme in sé. Le tragedie della storia non sono il prodotto della logica e della razionalità, come sostenevano dadaisti, surrealisti e compagnie deliranti. Sono invece l’effetto dell’impiego della logica e della ragione per soddisfare appetiti e istinti incontrollati di specifici interessi di parte. Uguali a Parigi e a Berlino come nelle giungle di tutti i continenti. Proporre l’irrazionale come rimedio è una politica culturale suicida.

Leonardo Terzo, Autodistratto, 2015Leonardo Terzo, Autodistratto, 2015

 

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