Daily Aesthetics, 6. 8. 2016. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte. Seconda puntata.

zpink s 5Leonardo Terzo, A gambe all’aria, 2013

Secondo Heidegger, per qualche misteriosa o mistica effettualità, le scarpe dipinte da Van Gogh realizzerebbero il “disvelamento” dell’opera d’arte come verità. Ma anche la verità delle scarpe? O no? Questo disvelamento sarebbe l’essenzialità (o essenzietà), non si capisce bene se delle scarpe vere, in un senso essenziante (universale?), o delle scarpe come raffigurazione, che eleva le scarpe come strumento al dipinto delle scarpe come opera-verità, perché presenti, cioè essenziate, in un’opera d’arte.

Sembra però che il passaggio dalle scarpe vere a quelle raffigurate sia un passaggio dalla sottostruttura cosale a qualcos’altro. La sottostruttura cosale consiste nel riconoscere le scarpe raffigurate come immagini delle scarpe vere, cioè oggetto e strumento da mettere ai piedi. Sembra peraltro ovvio che le scarpe dipinte nel quadro non si possano calzare nella realtà, ed è su questo che sembra basarsi l’elevazione da strumento cosale a disvelamento della verità dell’opera d’arte. Ma in che consiste questa verità che non ci sarebbe invece nelle scarpe vere che Van Gogh ha copiato?

Ciò che Heidegger sostiene è che non si riconosce l’opera come raffigurazione delle scarpe come oggetto-strumento, ma si riconosce la cosa e lo strumento-scarpe dal fatto che sono raffigurate (essenzializzate) nel quadro di Van Gogh. È l’arte che determina il senso delle cose e non la rappresentazione delle cose che fa l’arte.

Ciò viene detto con queste parole: “È nell’opera che accade questa apertura inaugurale, cioè il disnascondere, cioè la verità dell’essente.” (Pag. 32) Vedere nell’opera d’arte una rappresentazione delle scarpe-strumento è un “preconcetto che ci ostruisce l’accesso all’operità dell’opera.” E ancora “Per poter aver adito all’opera occorrerebbe sradicarla da tutte le sue relazioni con ciò che è diverso da essa, in modo da lasciarla requiescere su se stessa unicamente per sé.” (Pag. 33)

L’opera starebbe solo in sé, senza legami con l’autore, né con le fruizioni pubbliche o private cui le costringono le istituzioni ufficiali, né i critici o gli storici dell’arte. Questo perché sarebbero “estrapolate dallo spazio del loro essenziare.” (Pag. 34)

L’opera avrebbe il suo “autosufficiente presenziare”, ma Heidegger non spiega perché, e che significherebbe. L’opera non è affatto autosufficiente; al contrario dipende dall’esecuzione dell’autore e dall’interpretazione del fruitore, come raffigurazione delle scarpe, sia come cose che come strumento. L’opera però è cosa e strumento anche come opera, cioè opera d’arte, che non è fatta per essere calzata, ma per essere osservata e riconosciuta come rappresentazione artistica dello strumento scarpe. La materia-forma del quadro non è quella delle scarpe reali, ma quella della tela, dei segni e dei colori.

In sostanza è il solito ripetuto capovolgimento: “Il quadro di Van Gogh è l’apertura inaugurale di ciò che lo strumento, il paio di scarpe contadine, è in verità.” (Pag. 28) Invece il quadro dice nella rappresentazione ciò che noi possiamo attribuirgli in quanto vediamo qualcosa che sappiamo già, cioè cosa sono le scarpe.

L’atteggiamento che Heidegger propone è invece pensare “l’essere dell’essente. È nell’opera che accade questa apertura inaugurale, cioè il disnascondere, cioè la verità dell’essente. L’arte è il mettersi-in-opera della verità. Che cos’è questo mettersi in opera?” (Pag. 32).

La risposta alla prossima puntata.

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